Categoria: Istituzioni e Riforme

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Codice autonomie: Province su incontro partiti regioni

“Apprendiamo dalle Agenzie di stampa che oggi le Regioni inizieranno una serie di incontri con i partiti politici sul Codice delle Autonomie. Ricordiamo che questo testo, che è fondamentale per Comuni e Province perché interessa direttamente il futuro assetto di queste istituzioni, è fermo da oltre un anno all’esame della Commissione Affari Costituzionali del Senato. Non vorremmo che proprio ora, dopo che i relatori hanno concluso con buoni  risultati il loro lavoro presentando emendamenti puntuali,  si rimetta in discussione un percorso che è già stato costruito attraverso tanti momenti di riflessione”. Lo dichiara il Presidente dell’Upi, Giuseppe Castiglione, in merito alla notizia apparsa sulle agenzie di stampa che annuncia una serie di incontri con i partiti politici per parlare di Codice delle Autonomie, il testo all’esame del Senato che riguarda solo Comuni e Province e disegna le nuove funzioni assegnate a ciascun ente locale.

“Ora più che mai – sottolinea Castiglione – è decisivo che il testo sia approvato in Senato entro la fine del mese, perché è attraverso la nuova definizione delle funzioni di Province e Comuni, prima ancora che dalla spending review, che potremo produrre risparmi per la spesa pubblica, cancellando tutte le duplicazioni e i centri di spreco rappresentati dagli enti strumentali, e rendere efficiente e moderna l’amministrazione locale”.

La riforma delle Province a ForumPa

“I provvedimenti del Governo sulle Province, a partire dalla Legge Salva Italia,  non  hanno prodotto altro che confusione e conflitti istituzionali. Questo perché, come avevamo detto subito, sono inattuabili e ormai su questo la consapevolezza è generalizzata, nel Governo, nel Parlamento, tra i partiti politici e anche tra le altre istituzioni locali, Regioni per prime”. Lo ha detto il Direttore Generale dell’Upi, Piero Antonelli, intervenendo al convegno “La riforma delle Province, la definizione delle funzioni degli Enti locali e la Carta delle Autonomie” in corso al Forum Pa di Roma. “Quello che serve – ha detto Antonelli – è ripartire da una proposta seria, come quella presentata dall’Upi, che riduce il numero delle Province, accorpandole e istituendo le città metropolitane, taglia tutte le agenzie e gli enti strumentali che ci costano oltre 7 miliardi di euro l’anno e riorganizza gli uffici periferici dello Stato intorno alle nuove realtà provinciali”. Antonelli ha poi sottolineato la necessità di approvare quanto prima la Carta delle Autonomie “perché è un testo che semplifica il sistema dei governi locali, assegna funzioni certe a Province e Comuni, superando le duplicazioni che oggi generano ritardi e inutile burocrazia. Alle Province – ha detto – dovranno essere assegnate le funzioni previste dalla legge sul federalismo fiscale, dai trasporti all’istruzione, dall’ambiente all’edilizia scolastica, dalla viabilità ai servizi per l’impiego. Tutte le funzioni di prossimità vanno invece attribuite ai Comuni e alle Regioni le funzioni di programmazione e legislazione, e non l’amministrazione”.

Il Presidente Castiglione sul Corriere della Sera rilancia la proposta UPI

Ecco la lettera, pubblicata sul Corriere della Sera di oggi, del Presidente dell’Upi Giuseppe Castiglione

Caro Direttore, se vogliamo leggere con la giusta attenzione il risultato dei referendum sulle Province in Sardegna, fuori dalla demagogia e senza cedere al qualunquismo, allora dobbiamo partire da alcune semplici considerazioni: i cittadini ci chiedono di riformare le province, non di abolirle; il referendum – tra l’altro di dubbia legittimità-  con i suoi 6 milioni di costo, poteva essere evitato; le riforme hanno bisogno di essere gestite dalle istituzioni e non portate avanti a colpi di slogan.

Che la richiesta sia di riforma e non di abolizione è chiaro, visto che a votare è andato solo il 35% della popolazione sarda, e che di questa il 40% ha votato no all’abolizione delle Province storiche.

Che si potesse evitare di spendere questi 6 milioni per la consultazione anche, perché le leggi per l’istituzione delle nuove Province sarde sono regionali, non statali: sarebbe bastato che la Regione si fosse presa la responsabilità che spetta a chi governa, di comprendere la necessità di intervenire, senza scaricare le scelte politiche sui cittadini.

Altrimenti, a cosa serve una assemblea legislativa regionale, una giunta e un presidente di Regione?

Che ci sia bisogno di un processo istituzionale per riformare il Paese è evidente dal caos grave in cui, a due giorni dal voto, è caduta la Sardegna, con la Regione incapace di decidere, dopo avere sostenuto i referendum, e di trovare una soluzione, -che deve essere necessariamente immediata- al problema della ricollocazione dei dipendenti delle Province chiuse, della rescissione dei  contratti in essere, della divisione dei bilanci, del blocco degli investimenti e dei progetti in piedi.

Mi permetta poi di sottolineare che l’Upi, quando si trattò di istituire le nuove Province in Sardegna, aveva espresso un parere nettamente contrario, ma chi oggi ha sostenuto i referendum per la loro abolizione, allora ci contrastò duramente portando avanti la bandiera dell’autonomia.

La questione vera, dunque, se vogliamo partire dall’esempio della Sardegna e provare a trarne una indicazione davvero utile al Paese, è che le Province vanno riformate, ridotte, accorpate, seguendo però un percorso che non può che essere istituzionale.

Noi abbiamo avanzato ormai da mesi una proposta concreta, che riteniamo sensata, e che sarebbe in grado di portare in poco tempo, senza attardarsi in inutili quanto improbabili riforme della Costituzione, ad una vera modernizzazione dell’amministrazione locale, con risparmi immediati di almeno 5 miliardi di euro. Ridurre il numero delle Province, istituire le Città metropolitane, tagliare gli enti strumentali delle Regioni e riorganizzare gli uffici periferici dello Stato intorno alle nuove realtà provinciali.

Questa sarebbe una risposta immediata e di grande efficacia. Una proposta di avanguardia, che le Province hanno posto all’attenzione del Governo, dei partiti politici, del Parlamento, e che troverebbe consenso e sostegno anche in Europa. Anzi, si tratterebbe, per una volta, di fare noi, l’Italia, da esempio e apripista per i nostri partner, dimostrando una capacità innovativa e una grande coesione istituzionale.  

Documenti allegati:

MURARO, UPI VENETO.MANOVRA MONTI INCOSTITUZIONALE

“La manovra Monti sulle Province è incostituzionale”. Lo ha ribadito il Presidente dell’Upi Veneto. Leonardo Muraro, presidente della Provincia di Treviso intervenendo a Vicenza ad una Cofnerenza stampa sullo stato delle riforme e sui bilanci delle Province, promossa dall’Unione delle Province Italiane. Alla conferenza sono intervenuti i presidenti delle 4 Province che hanno deciso di portare avanti un ricorso come Ente al Tar “contro la scelta statale del commissariamento. Inoltre, ribadisco: non sono questi i tempi per stravolgere l’architettura statale se non porta benefici economici determinanti ed evidenti. Gli sprechi – ha detto -, in questi giorni di triste cronaca politica, abbiamo visto che sono altrove. Si deve partire da lì per fare immediatamente cassa e non continuare nella via della scelta di pressione fiscale sulle famiglie. Non ha senso modificare l’assetto di un Ente che eroga servizi radicati sul territorio in questo momento di grande ansia e urgenza. Il giorno dopo questa tornata elettiva, gli imprenditori in credito con quelle Province non andate al voto a chi si rivolgeranno come referenti? Chi si occuperà di scuole, strade, ambiente? Ad oggi non si sa nulla. In questi anni – ha concluso – abbiamo avuto diversi esempi di una politica miope basata sulle esigenze dell’immediato e non su una visione programmatica del futuro. Dobbiamo cambiare indirizzo”.

Riforme Province e Spending Review: Upi chiede incontro a Giarda, Patroni Griffi e Cancellieri

“La posizione dell’Unione delle Province d’Italia in merito ad una riforma complessiva della pubblica amministrazione, che parta dalle Province e affronti l’intero nodo dell’efficientamento dei livelli di amministrazione e di governo locale, è di assoluta avanguardia. Per questo, ritenendo che l’Unione delle Province d’Italia possa offrire un contributo fattivo a che gli obiettivi di riforma che interessano le Province possano giungere al più presto a buon fine, e allo scopo di fornire tutta la collaborazione necessaria per portare a termine un processo importante, quanto complesso, siamo a chiedere di potervi incontrare quanto prima”.

E’ quanto si legge nella lettera inviata oggi dal Presidente dell’Upi Giuseppe Castiglione, al Ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri, della Funzione Pubblica, Patroni Griffi, e dei Rapporti con il Parlamento, Giarda.

“La proposta che l’Upi in questi tre mesi ha presentato in tutti i tavoli istituzionali (nella Commissione paritetica per le riforme, in Conferenza unificata, in Conferenza Stato Città, nelle audizioni in Parlamento) e nei confronti con i partiti politici di maggioranza e opposizione, parte proprio dalla necessità di avviare un profondo riordino del governo di area vasta, con la riduzione del numero delle Province, anche in seguito all’istituzione delle Città metropolitane, la semplificazione delle funzioni loro assegnate, la conseguente riorganizzazione degli uffici periferici del Governo e l’eliminazione degli enti strumentali intermedi. Una proposta – sottolinea Castiglione – che trova pieno riscontro nel piano di spending review che il Governo ha presentato in questi giorni, che chiama in causa tutte le istituzioni locali e nazionali a contribuire alla diminuzione e qualificazione della spesa pubblica”.

Per questo, il Presidente Castiglione, ritenendo che l’Upi possa offrire un contributo fattivo a che gli obiettivi di riforma che interessano le Province possano giungere al più presto a buon fine, ha ritenuto urgente chiedere ai Ministri un incontro “allo scopo di fornire tutta la collaborazione necessaria per portare a termine un processo importante, quanto complesso”.

“Non si tratta – sottolinea Castiglione – di aprire un nuovo, ennesimo, tavolo di consultazione, ma di offrire fattivamente tutto il supporto possibile, in termini propositivi e di riflessione, anche grazie ai diversi studi che su questo tema l’Upi ha realizzato negli ultimi mesi con Università e centri di ricerca, alla definizione di una riforma che noi per primi, come dimostra la proposta di legge che abbiamo portato all’attenzione del dibattito,  riteniamo fondamentale”.

“Le Province – dichiara il Presidente – non possono essere additate come i centri di spreco di denaro pubblico, né si può pensare che il taglio della democrazia, con la cancellazione degli amministratori eletti dal popolo, possa essere considerata una misura di riduzione della spesa pubblica.

 Una riforma di questa portata va fatta insieme alle istituzioni, altrimenti rischiamo di mancare per l’ennesima volta l’obiettivo e di non dare risposte sensate ai cittadini”. 

 

Le Province e la Riforma. I Conflitti Aperti dal Decreto Monti e la Proposta dell’Upi

Presentati quest’oggi i ricorsi al Tar di 4 delle 8 Province che dovrebbero andare al voto in questa tornata elettiva di maggio. Si tratta delle Province di Vicenza, Ancona, Como, La Spezia. Inoltre, è stata illustrata la proposta dell’Upi (Unione Province d’Italia) di autoriforma delle Province e dei risultati di un’analisi realizzata dalla CGIA di Mestre “L’impatto delle manovre economiche sui bilanci delle Province e conseguenze sullo sviluppo economico”.

Sono intervenuti il vicepresidente dell’UPI, Antonio Saitta, il presidente dell’UPI Veneto, Leonardo Muraro, il presidente della Provincia di Vicenza, Attilio Schneck, la presidente della Provincia di Ancona, Patrizia Casagrande Esposto, l’assessore provinciale alla Cultura di Como, Mario Colombo e il presidente della Provincia di La Spezia, Marino Fiasella. Inoltre, ha presenziato anche l’ex presidente della Provincia di Belluno, Gianpaolo Bottacin.

A causa dei tagli ai bilanci e dei vincoli al patto di stabilità, le spese per investimenti delle Province sono diminuite del -47% dal 2008 al 2011 (oltre 2 miliardi e 200 milioni in meno). Nel 2011, per i vincoli del patto di stabilità, sono stati bloccati nelle casse delle Province 2,5 mld destinati alle imprese per lavori già eseguiti.

“Non sono sole le imprese a dovere avere soldi dallo Stato. Le Province sono creditrici per quasi 3 miliardi. Non vorremmo essere costretti a inviare anche noi un decreto ingiuntivo con la richiesta di pagamento immediato. Dai bilanci delle Province – ha spiegato Antonio Saitta – ci risulta che lo Stato ci deve, per mancati trasferimenti, 2 miliardi e 864 milioni di euro. Si tratta di vecchi trasferimenti erariali che spettavano alle Province e che non sono mai stati erogati, con cui noi abbiamo costruito i bilanci ma che, di fatto, sono rimasti fermi nelle casse dello Stato. Sono soldi che vogliamo usare per pagare le imprese e i fornitori, per sostenere l’economia locale, per fare ripartire gli investimenti. Se il Governo non provvede al pagamento – sottolinea Saitta – siamo pronti a mandare i decreti ingiuntivi. Non accettiamo di essere commissariati da chi non è stato eletto ma nominato. Si pensi, invece, a riformare le prefetture e i tanti uffici periferici dello Stato. Se una riforma è necessaria, e di certo lo è, non può interessare solo le Province: si parta dalle Province, ma in un processo che deve essere molto più lungo e interessare molti più enti”.

“La riunione di oggi è importante per ribadire il concetto di incostituzionalità della manovra Monti. Presenti sono le 4 Province che hanno deciso di portare avanti un ricorso come Ente contro la scelta statale del commissariamento – così il presidente dell’Upi Veneto, Leonardo Muraro – Inoltre, ribadisco: non sono questi i tempi per stravolgere l’architettura statale se non porta benefici economici determinanti ed evidenti. Gli sprechi, in questi giorni di triste cronaca politica, abbiamo visto che sono altrove. Si deve partire da lì per fare immediatamente cassa e non continuare nella via della scelta di pressione fiscale sulle famiglie. Non ha senso modificare l’assetto di un Ente che eroga servizi radicati sul territorio in questo momento di grande ansia e urgenza. Il giorno dopo questa tornata elettiva, gli imprenditori in credito con quelle Province non andate al voto a chi si rivolgeranno come referenti? Chi si occuperà di scuole, strade, ambiente? Ad oggi non si sa nulla!- infine chiude Muraro – In questi anni abbiamo avuto diversi esempi di una politica miope basata sull’esigenze dell’immediato e non su una visione programmatica del futuro. Dobbiamo cambiare indirizzo”.

“E’ un paradosso: ci chiedono di dare il nostro contributo al risanamento dei conti pubblici e nel contempo ci commissariano, bloccando ogni attività e ogni decisione. Eppure avevamo dimostrato con i numeri, non a parole, che il risanamento del debito pubblico è possibile, e noi ne siamo la prova: in 5 anni abbiamo più che dimezzato il debito della Provincia, passando da 222 a 104milioni di euro, abbiamo ridotto il personale del 20%, tagliate le spese e il prelievo fiscale – ha detto Attilio Schneck, presidente della Provincia di Vicenza –  Il tutto mantenendo servizi e opere, bloccati solo dai vincoli del patto di stabilità. Questo significa fare buona amministrazione e a questo devono essere chiamati tutti gli enti.”

“La terzietà nel governo del territorio è importante quanto la garanzia che le Province di una medesima Regione abbiano le stesse condizioni di gestione dell’area vasta per non creare disparità tra Provincia e Provincia”, questi gli argomenti della presidente dell’Upi Marche e della Provincia di Ancona, Patrizia Casagrande

“E’ disarmante vedere come lo Stato Centrale lasci nell’oblio totale interi territori, senza preoccuparsi di programmare prima di distruggere – ha detto Colombo – Io sono un tecnico prestato alla politica, vengo dal mondo dell’Università, e con questa manovra mi viene da chiedermi a cosa sia servito il mio mettermi a disposizione della Comunità in questi anni”.

“Dentro la gravità della crisi che stiamo attraversando, aumentano enormemente i bisogni delle comunità. A tale richiesta si prova ora a rispondere con una cura tecnica che non tiene conto delle specificità dei territori che dovrebbero essere invece protagonisti della ripresa del Paese – ha detto Fiasella – Le Province che hanno fatto ricorso al Tar chiedono che sia ripristinato il diritto al voto dei cittadini poiché la democrazia non è un lusso ma una valore prezioso che viene da lontano. Stiamo difendendo il diritto dei cittadini di scegliere chi li deve rappresentare: il voto è infatti l’elemento vitale della democrazia.”

 

Province: i conflitti istituzionali aperti con la legge SalvaItalia

Il Decreto Salva Italia e le Province

Il 4 dicembre il Governo Monti vara il Decreto Salva Italia, che, all’articolo 23 “Riduzione dei costi di funzionamento delle Autorità di Governo, del CNEL, delle Autorità indipendenti e delle Province”, introduce norme che svuotano le Province.

L’articolo stabilisce che le funzioni delle Province dovranno essere trasferite alle Regioni entro il 30 dicembre 2012, che dovranno poi provvedere a ripartirle con propria legge.

Si modifica il sistema elettorale delle Province, stabilendo che il Consiglio provinciale è composto da non più di dieci componenti eletti dagli organi elettivi dei Comuni ricadenti nel territorio della Provincia e il Presidente della Provincia è eletto dai Consiglieri comunali tra i Sindaci e i Consiglieri Comunali. A Marzo il Consiglio dei Ministri approva il disegno di legge che detta le nuove norme elettorali. Entro il 30 dicembre 2012, secondo il decreto Salva Italia, il Disegno di legge dovrà essere approvato definitivamente dal Parlamento e diventare legge dello Stato.

Gli organi attuali delle Province (Presidenti, Giunte e Consigli) restano in carica fino a scadenza naturale di mandato. Le Province il cui mandato scade prima dell’approvazione della legge (sono 6 nella tornata amministrativa di maggio: Vicenza, Como, La Spezia, Ancona più Belluno e Genova che sono già commissariate) vengono commissariate.

I conflitti istituzionali aperti.

  1. I ricorsi alla Corte Costituzionale

Contro l’articolo 23 del decreto Salva Italia fanno ricorso, per evidente vizio di incostituzionalità, 8 Regioni: Lombardia, Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Campania, Molise, Sardegna.

I ricorsi presentati alla Corte sottolineano che la norma è incostituzionale principalmente perché il testo degli artt. 5, 114 e 118 della Costituzione non consente al legislatore ordinario di modificare la natura degli enti costitutivi della Repubblica, quali enti del governo territoriale rappresentativi delle rispettive comunità e tra essi equiparati quanto a natura e struttura.

Il Governo Monti ha scelto di intervenire sulla Costituzione con norme ordinamentali che non possono essere inserite surrettiziamente in un decreto legge che ha l’obiettivo di salvaguardare le finanze pubbliche. Tanto più che non producono risparmi di spesa.

Dalle norme approvate, la Provincia esce completamente trasformata e diventa un ente di secondo grado adibito a funzioni di coordinamento delle attività proprie dei Comuni. Non esercita più l’attività di gestione amministrativa, né propriamente funzioni amministrative ai sensi dell’art. 118, comma 1 e 2, della Costituzione. La Provincia non è più ente esponenziale della popolazione provinciale: sia il Consiglio che il Presidente sono emanazione degli organi elettivi dei Comuni.

In particolare: il comma 14 viola l’art. 117, comma 2, lett. p) e l’art. 118, comma 2, della Costituzione, in quanto esclude che le Province abbiano funzioni fondamentali e funzioni proprie. Inoltre, affida alle Province funzioni di indirizzo e di coordinamento che possono essere giustificate solo da una sovra-ordinazione delle Province rispetto ai Comuni, non prevista dall’art. 114 della Costituzione e, a maggiori ragione, nel caso in cui le Province siano trasformate in enti di secondo grado.

Il comma 16 viola l’art. 1, l’art. 5 e l’art. 114 della Costituzione poiché lede l’autonomia delle Province che, nel diritto costituzionale italiano, sono qualificate come enti esponenziali di una comunità territoriale che si organizza democraticamente, secondo l’art. 1, con organi elettivi di diretta emanazione del corpo elettorale. In base al principio fondamentale dell’art. 5 della Costituzione “la Repubblica, una e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali”, il legislatore non può quindi abolirle, limitarle, diminuirne l’autonomia politica o incidere sul carattere democratico dell’ente, che rappresenta uno dei requisiti essenziali dell’ordinamento repubblicano.

Il comma 17 viola lo stesso principio del punto precedente per illegittimità costituzionale derivata. I commi 16 e 17 configurano la Provincia come un ente di secondo grado. Prevedono che il consiglio sia estremamente limitato, 10 componenti per tutte le Province, grandi e piccole, che sia eletto dagli “organi elettivi dei Comuni” e che in seno a questo venga eletto il Presidente. Nessuna di queste disposizioni è compatibile con il carattere originario di ente territoriale rivestito dalla Provincia nel nostro ordinamento. Si tratta di un carattere che la Costituzione ha riconosciuto e, perciò, sul quale non ha il potere di incidere essa stessa.

Il comma 20, prevedendo il commissariamento delle Province che dovrebbero andare al voto nel 2012, incide non solo sull’autonomia delle Province garantita dalla Costituzione ma anche sui diritti dei cittadini ad eleggere democraticamente gli organi di governo delle Province. Questo comma viola gli articoli 1, 5 e 114 della Costituzione e allo stesso tempo i principi della Carta europea delle autonomie locali ratificata dal nostro Parlamento.

Infine, dalla relazione tecnica allegata al decreto, emerge chiaramente che queste disposizioni non vengono computate ai fini della riduzione della spesa e non portano alcun risparmio nel 2012, ma non prima del 2014, poiché rinviano a provvedimenti ulteriori.

La Corte Costituzionale dovrà pronunciarsi su questi 8 ricorsi.

  1. I ricorsi al TAR contro la mancata convocazione dei comizi elettorali nelle Province a scadenza di mandato.

Contro la mancata convocazione dei comizi elettorali della prossima tornata elettorale hanno presentato ricorso al TAR le Province di: Ancona, La Spezia, Vicenza e Como.

I testi dei ricorsi al Tar evidenziano come l’articolo 23, da cui discende il commissariamento, sia palesemente incostituzionale e quindi il decreto di indizione dei comizi elettorali è illegittimo, nella parte in cui ha omesso di prevedere l’elezione del Presidente della Provincia e dei Consigli Provinciali.

In particolare:

  1. la trasformazione delle Province in Enti di secondo grado, che priva le comunità provinciali di un punto di riferimento democratico che leghi l’esercizio delle funzioni e l’utilizzo delle risorse pubbliche ad una precisa responsabilità;
  1. lo svuotamento delle funzioni delle Province, in contrasto con l’articolo 118 della Costituzione, che rischia di aumentare le sovrapposizioni di competenze e la confusione istituzionale.

 

Spending review: Province, razionalizzare spesa centrale

“Ridisegnare le Province porterà risparmi reali solo se questa operazione sarà accompagnata dalla riduzione conseguente della spesa centrale e periferica dello Stato. Se accorpiamo le Province, dobbiamo accorpare le Prefetture e gli uffici periferici dello Stato, che oggi hanno sedi in tutte le Province. Altrimenti il risparmio sarà del tutto ininfluente sulla spesa pubblica”.

Lo dichiara il Presidente dell’Upi, Giuseppe Castiglione, in vista della riunione del Consiglio dei Ministri in cui si discuterà di spending review e di Province.

“Nella nostra proposta di riordino delle Province abbiamo quantificato in almeno 5 miliardi i risparmi che si avrebbero se, insieme all’accorpamento delle Province, si avviasse la razionalizzazione degli uffici dello Stato. Questa è l’operazione di riforma della spesa che serve al Paese, e la spendig  review va  realizzata su tutti i livelli di Governo: Stato, Regioni, Province, Comuni. Altrimenti si rischia di non intervenire su quei capitoli di spesa, come la spesa sanitaria, che potrebbero avere grandi margini di risparmi. Noi siamo pronti, la nostra proposta di autoriforma l’abbiamo presentata da tempo: aspettiamo di vedere quella delle altre istituzioni centrali e locali”.

 

Spending review: Province, Saitta creare task force nazionale

“Poiché da qualche parte occorre iniziare per contribuire al contenimento della spesa pubblica, in Piemonte per primi abbiamo proposto di ridurre il numero delle Province da 8 a 4 e chiesto al Governo che contemporaneamente riduca veramente il numero degli uffici periferici, eliminando l’enorme numero di enti, società e agenzie che svolgono funzioni potenzialmente destinabili a Enti Locali e Regioni”. Lo dichiara il Vice Presidente Vicario dell’Upi, Antonio Saitta, Presidente della Provincia di Torino a proposito dell’accorpamento delle Province. “Questa proposta nata in Piemonte e adattata all’Italia – sottolinea Saitta – consentirebbe di risparmiare almeno 5 miliardi di euro che potrebbero essere destinate al rilancio degli investimenti degli Enti locali: dal processo di accorpamento delle Province è possibile ricavare 1 miliardo, dal riordino degli uffici periferici dello Stato almeno 2,5 miliardi di euro e altri 1,5 miliardi dall’ abolizione degli enti e agenzie strumentali. Per questi motivi siamo pronti a partecipare alla creazione di un a task force nazionale per la spending review e aspettiamo che il Governo ci chiami”.

 

Bce su accorpamento Province. L’UPI rilancia la proposta.

“Sono mesi che ribadiamo che l’unica riforma possibile e’ la razionalizzazione delle Province, l’accorpamento degli uffici periferici dello Stato, il taglio delle societa e degli enti strumentali. Oggi la Bce non fa che attestare che la proposta dell’Upi e’ la più innovativa ed efficace. Forse adesso qualcuno ci dara’ ascolto”. E’ il commento del Presidente dell’Upi, Giuseppe Castiglione, alle dichiarazioni della Bce in merito ai risparmi che deriverebbero dall’accorpamento delle Province. “Lo abbiamo detto in tutte le sedi possibili: accorpare le Province, tagliare tutta quella miriade di societa e di enti che sprecano il denaro pubblico lontano dal controllo democratico, razionalizzare gli uffici periferici dello Stato. Questa e’ la vera riforma che puo’ aiutare il Paese. Noi abbiamo calcolato che se si seguisse la strada indicata dall’Upi nella proposta di legge presentata gia’ prima di Natale e che oggi la Bce rilancia, si produrrebbe almeno 5 miliardi di risparmi. Ma soprattutto si garantirebbero servizi più efficienti per le comunita’ e una pubblica ammininistrazione più’ moderna ed efficace. Finora il nostro appello non e’ stato mai colto: forse con l’intervento della Bce sara’ più facile rilanciare una discussione seria con il Governo, abbandonando la strada inutile e dannosa dell’articolo 23 del salvaitalia, che non porta da nessuna parte, produce nuovi costi e cancella la democrazia locale”.
“Dispiace – aggiunge – che ci sia ancora qualcuno come Di Pietro che, pur di proseguire in uno spirito demagogico e puramente demolitivo, continua a non volere cogliere l’opportunita’ di vero riformismo che noi per primi abbiamo posto sul tavolo”.

“Noi la riforma delle Province che oggi la Bce chiede all’Italia di fare l’abbiamo lanciata da mesi. Un testo chiaro, che senza sconvolgere la Costituzione e senza toccare la democrazia potrebbe portare in pochi mesi ad una maggiore efficienza della pubblica amministrazione, partendo dall’accorpamento delle Province, con risparmi immediati di almeno 5 miliardi di euro”. Lo dichiara il Vice Presidente dell’Upi, Antonio Saitta commentando le posizioni espresse dalla Bce in merito alla riforma delle Province. “Una proposta, tra l’altro, che si sposa perfettamente con quella lanciata dal Ministro Cancellieri – aggiunge Saitta –  che prevede la razionalizzazione degli Uffici periferici dello Stato. Mi auguro che, partendo da questo invito della Bce e dalle indicazioni del Ministro Cancellieri, si possa rivalutare la nostra proposta e riportare il dibattito nella giusta direzione. Per questo siamo pronti da subito a discuterne con il Governo al tavolo della spending review, lontano dalla demagogia che non porta da nessuna parte”.

In breve: che cosa prevede la Proposta dell’Upi di razionalizzazione delle Province

Queste le principali novità previste dalla proposta, per quanto riguarda le Province e il riordino dell’amministrazione statale e regionale.

– Ciascuna provincia deve avere una dimensione adeguata dal punto di vista demografico, territoriale ed economico, per l’esercizio delle funzioni fondamentali previste dalla Legge sul federalismo fiscale.

– Per razionalizzare le circoscrizioni territoriali, lo Stato e le Regioni a Statuto speciale procedono alla riduzione del numero delle Province e alla ridefinizione delle circoscrizioni provinciali, anche in conseguenza dell’istituzione delle città metropolitane.

– Conseguentemente alla nuova delimitazione delle circoscrizioni provinciali e metropolitane, vengono accorpati gli uffici territoriali del governo.

– Si prevede che le funzioni amministrative siano esercitare dai Comuni, dalle province e dalle città metropolitane: si eliminano quindi tutti gli enti o le agenzie statali, regionali e degli enti locali.

– Si prevede l’istituzione delle Città metropolitane. Il territorio della città metropolitana coincide con il territorio di una o di più province. La città metropolitana acquisisce tutte le funzioni della provincia e le funzioni del comune capoluogo. La città metropolitana prende il posto della provincia e del comune capoluogo e si articola al suo interno in comuni metropolitani. 

Risparmio atteso, almeno 5 miliardi

Indagine comparata sul Livello di governo intermedio in Europa.

In questo difficile momento politico ed economico il tema delle riforme istituzionali e territoriali ha assunto una forte rilevanza in tutta Europa e sono in corso dibattiti che direttamente guardano al ruolo e alle competenze dei Poteri Locali Intermedi in diversi Paesi europei.

Le esperienze tuttavia non sono state sistematicamente confrontate e poco si sa delle modalità eventuali con le quali le amministrazioni provinciali e gli enti equivalenti si sono adattate alle trasformazioni dei contesti istituzionali, politici, finanziari e territoriali nei quali si trovano a lavorare.

 

In questa logica l’Upi ha voluto sostenere una vasta indagine comparata sugli enti intermedi di governo in Europa, promossa da una rete di sedici istituti di ricerca e coordinata per l’Italia dalla Prof.ssa Annick Magnier e dal Prof. Carlo Baccetti del Dipartimento di Scienza della Politica e Sociologia dell’Università degli Studi di Firenze.

Con un questionario (che trovate allegato in fac simile ) e che è stato inviato a tutte le Province, si intende delineare comparativamente la figura del Presidente di Provincia, il ruolo della Provincia e degli enti europei di simile livello nella configurazione attuale delle istituzioni locali e  nel contesto dell’integrazione europea, le opinioni sulle prospettive di riforma.

In allegato, la circolare esplicativa dell’Upi con tutti i dettagli per la corretta compilazione del questionario, che, una volta compilato, va inviato entro e non oltre il 4 maggio p.v. all’indirizzo email  [email protected]

Per qualunque informazione contattare la segreteria Upi .

 

Documenti allegati:

PROVINCE: CDM APPROVA IL DISEGNO DI LEGGE SULLE ELEZIONI

“Abbiamo provato a spiegare al Governo che questa nuova legge elettorale e’ un pasticcio, e che a pagarne le conseguenze saranno i cittadini, privati della possibilita’ di scegliere chi eleggere ad amministrare le comunita’. Evidentemente non si e’ voluto ascoltare le ragioni dei territori. Ora sta al Parlamento dimostrare di essere ancora in grado di comprendere i bisogni dei cittadini e rimediare agli errori del Governo tecnico”. E’ il commento del Presidente dell’Upi, Giuseppe Castiglione, che sottolinea come “con questo disegno di legge non sara’ possibile assicurare alle Province governi stabili, in grado di programmare politiche di intervento e di investimenti di lunga durata. Un nuovo esercito di nominati dalla politica, che non dovranno rispondere a nessuno, se non alle lobby locali, prendera’ il posto degli eletti, e i piccoli centri delle Province non avranno più alcuna voce. E per cosa? Per risparmiare sulle spese delle elezioni? Un Paese democratico non dovrebbe considerare il costo delle elezioni come una spesa da tagliare. Tra l’altro, risparmi che saranno effettivi solo nel 2016, quando la legge investira’ tutti i turni elettorali delle province in carica. Ora spetta al Parlamento rimediare a questo pasticcio: si renda ai cittadini la possibilita’ di votare chi li amministra e si restituisca ad una Istituzione della Repubblica la dignita’ che detiene. E invece di tagliare la democrazia, si smetta con questa deriva demagogica e si cominci col tagliare i veri sprechi del Paese. Dalle tante agenzie, alle societa che oggi ci costano oltre 2,5 miliardi in Consigli di amministrazione, e che gestiscono la cosa pubblica senza alcun controllo”.

Province: Zingaretti, riforma non riduce i costi della Politica

“Fermo restando che nel corso degli anni c’e’ stata una moltiplicazione abnorme delle Province, e che e’ necessario ridurne il numero, la riforma attualmente in discussione non riduce i costi della politica per almeno tre ragioni”. Lo dice Nicola Zingaretti in una lunga intervista pubblicata sul numero di aprile del mensile free press Pocket, diretto da Daniele Quinzi.

”Primo: perche’ non abolisce le Province – spiega Zingaretti – ma le trasforma in enti di secondo livello, con rappresentanti non eletti direttamente dai cittadini ma nominati dalla politica, con il rischio, anzi la certezza, di minore trasparenza dei processi decisionali e di un rapporto meno funzionale con il territorio. Secondo: perche’ produrrebbe caos e nuove spese. Ad esempio, i dipendenti delle Province dovrebbero essere ricollocati presso strutture regionali, dove dovrebbero ricevere stipendi pari a quelli dei loro colleghi e, quindi, nettamente superiori agli attuali”.

“Terzo: perche’ non affronta il vero nodo – conclude – cioe’ quello di una riorganizzazione complessiva del sistema degli enti locali e delle loro competenze, a partire proprio dalla semplificazione di tutti gli enti di secondo livello, che sono spesso centri di appalti e di spesa fuori dal controllo dei cittadini’

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