Categoria: Istituzioni e Riforme

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Assemblea Upi: interventi di Bresso, Colli, Moffa, Prodi

“E’ inaccettabile che l’Anci abbia presentato una proposta, fatta dai sindaci delle grandi città, che prevede una legislazione ordinaria per la costituzione delle Città metropolitane, concepita come un allargamento del Comune capoluogo, che fagocita e annulla anche le identità e le specificità degli altri Comuni”. Lo ha detto il Vicepresidente dell’Upi, Silvano Moffa, nel suo intervento ai lavori dell’Assemblea generale. “Noi siamo – ha proseguito Moffa – per un sistema di governance metropolitano, per un  sistema di regole condivise dove i comuni non vengono annullati e dove il modello non è il risultato della somma delle competenze della Provincia e del Comune, ma è un’altra cosa, che fa superare il concetto di Province e di Comune. Questo è un modo corretto e moderno di affrontare il tema della governance metropolitana”.

Il tema della istituzione delle città metropolitane è stato al centro degli interventi anche del Presidente della Provincia di Torino, Mercedes Bresso, e del Presidente della Provincia di Bologna, Vittorio Prodi. “A noi pare – hanno detto – non praticabile a partire dalle sole città capoluogo, perché vorrebbe dire tornare indietro rispetto ad un governo di area vasta. Sul piano tecnico è incomprensibile. Il meccanismo che propongono i Comuni, che in automatico il Sindaco della città diventi il sindaco della città metropolitana, non sta in piedi. In realtà – hanno proseguito i due Presidenti – la loro proposta, per quanto noi sappiamo non può passare, perché occorrerebbe una modifica sostanziale della legge che non è prevista nella delega della La Loggia. Quello che proponiamo noi invece è molto semplice – hanno aggiunto Bresso e Prodi, a margine dell’Assemblea dell’Upi –  siccome la logica della città metropolitana, basta vedere l’elenco delle funzioni, è quello di ente di governo di area vasta, si decida allora di farla coincidere con la Provincia. Questa potrebbe essere una soluzione praticabile, che non richiede un lungo iter decisionale e che non sbrana a priori il territorio. In sostanza è un rafforzamento, nell’ambito delle aree più dense, delle funzioni del Presidente di Provincia che diventando sindaco delle città metropolitana ed avendo quindi qualche competenza in  più, sostanzialmente in materia urbanistica, non si chiama più presidente della Provincia ma Sindaco. Se per una qualche ragione – hanno concluso –  la delimitazione non soddisfa i sindaci che sono inseriti in quella provincia allora si può fare una proposta di modifica della delimitazione”.

“I Presidenti di Provincia – ha detto il Presidente della Provincia di Milano Ombretta Colli all’Assemblea dell’Upi – sono i nuovi Presidenti delle Aree metropolitane! E’ già disegnato tutto. Questa è una delle poche volte in cui l’architettura istituzionale è già pronta. Nella Costituzione si sancisce la pari dignità fra tutte le istituzioni. Le Province non sono inferiori né per ruolo né per altro rispetto a Regioni o Comuni. Ognuno ha la dignità istituzionale per la quale è stato eletto”.

ORDINE DEL GIORNO DEGLI STATI GENERALI DELLE ASSOCIAZIONI – RIMINI EURO-PA

ORDINE DEL GIORNO DEGLI STATI GENERALI DELLE ASSOCIAZIONI

RIMINI – EURO PA

 

 

I CONSIGLI NAZIONALI ED I DIRETTIVI DELL’ANCI, DELL’UPI DELL’UNCEM E DELLA LEGA DELLE AUTONOMIE

riunitisi a Rimini il 2 Aprile 2003

 

DENUNCIANO

Il ricorrente venir meno da parte del Governo agli impegni, alle intese, e agli accordi presi nelle varie sedi di confronto e concertazione istituzionale. Da ultimo, la bocciatura del decreto contenente “Disposizioni urgenti in materia di bilanci degli enti locali”, preventivamente concordato con il Ministero dell’Interno e con il Ministero dell’Economia, che prevedeva norme favorevoli per gli enti locali nella predisposizione dei propri bilanci. Decreto che – chiediamo – venga immediatamente ripresentato nella versione concordata.

Il progressivo deterioramento dei rapporti interistituzionali e l’esigenza di rivitalizzare le attuali sedi di concertazione, quali le Conferenze Stato – città e Unificata, per realizzare un confronto ed una dialettica più efficace ed incisiva;

AUSPICANO

per scongiurare l’affermarsi di un neo centralismo regionale anche in materia di federalismo fiscale, un incontro urgente con la Conferenza dei Presidenti delle Regioni, al fine di concertare un approccio, condiviso ed unitario all’attuazione del nuovo Titolo V della Costituzione;

CHIEDONO

1. di procedere celermente con l’approvazione del disegno di legge cd. La Loggia che deve contenere il conferimento della delega al Governo per l’individuazione, con legge statale, delle funzioni fondamentali dei comuni delle province e delle città metropolitane e per la revisione delle norme statali in materia di ordinamento degli enti locali;

2. di concertare preventivamente. al fine di poter formulare apposite indicazioni ed orientamenti. il disegno di legge costituzionale di revisione del Titolo V della Costituzione che il Governo si appresta a presentare;

3. di approvare la modifica dei regolamenti parlamentari, indispensabile per procedere all’integrazione della Commissione bicamerale per le questioni regionali;

4. di completare la transizione verso un ordinamento autonomistico, procedendo alla revisione dell’attuale bicameralismo in Camera delle Autonomie;

RITENGONO ESSENZIALE

1. insediare immediatamente 1’Alta Commissione di studio in materia di federalismo fiscale, per procedere alla fissazione degli indirizzi per l’attuazione dell’art.119 della Costituzione che dovranno essere recepite nella legge statale di coordinamento della finanza pubblica. In particolare, le Autonomie locali ritengono che il nuovo modello di finanza pubblica debba prevedere un ampliamento della compartecipazione al gettito dei tributi erariali riferibile al territorio che progressivamente deve sostituire il meccanismo dei trasferimenti statali e che, già dal 2004, sia legata all’andamento complessivo del gettito, garantendo un nuovo sistema di perequazione;

2. garantire, nel nuovo sistema di finanza pubblica, 1’autonomia impositiva e tributaria di Comuni e Province, sia in ordine alla possibilità di istituire tributi propri e di regolamentare con maggiore autonomia i tributi locali a carattere generale già previsti dalla legge statale;

3. prevedere forme e sedi di concertazione e co-decisione per procedere all’elaborazione e definizione dei prossimi documenti di programmazione economico-finanziaria, i quali devono stabilire in modo condiviso obiettivi, procedure, monitoraggio, sanzioni ed incentivi per il concorso dei Comuni e delle Province al Patto di stabilità interno;

SOLLECITANO

Il Governo a convocare una Conferenza Unificata dedicata esclusivamente all’attuazione dell’art.119 della Costituzione, per definire al più presto l’accordo politico istituzionale sull’assetto federale finanziario e fiscale del Paese, come espressamente indicato dalla legge finanziaria per il 2003 proposta dallo stesso Governo.

RIBADISCONO

La necessità di avere una “finanziaria per le autonomie” frutto di confronto fra autonomie e Governo che parta dalla definizione del nuovo DPEF e si formalizzi concretamente nella nuova legge di bilancio per il 2004.

Assemblea generale: intervento di Lorenzo Ria

Signori partecipanti in qualità di delegati o di ospiti all’Assemblea generale 2003 dell’Unione delle Province d’Italia,

quest’anno i nostri lavori sono accompagnati da un sentimento di apprensione  e timore per la guerra globale e senza regole scatenata dal terrorismo e dalla sensazione di sgomento per la profonda ferita che il terrorismo ha inferto alla missione di pace italiana in Iraq.

Affetto per i Caduti, paura per chi è ancora in missione di pace, pena per le famiglie, angoscia per la convinzione che ormai ci siamo fatta, dopo i fatti di Istanbul, di vivere con il terrorismo in casa.

Sino a qualche anno fa noi italiani, e le forze militari con noi, conoscevamo con chiarezza i valori per cui combattere e morire. Oggi 19 uomini hanno speso il loro coraggio in Iraq per un’idea di patria non facilmente definibile. Un’idea diversa da quella che noi stessi abbiamo avuto sino a pochi anni fa.

19 italiani sono morti per una patria intesa come adesione a una comunità sovranazionale di valori  minacciata dal terrorismo. Non è sempre facile riconoscerla e farla propria, questa comunità di popoli e di valori, e forse è soprattutto per questo che un sacrificio così grande non ci riesce in nessun modo di accettarlo.

Quale deve essere, in un passaggio tanto delicato per le complesse implicazioni d’ordine nazionale ed internazionale, il nostro ruolo di associazione e di province?

In ambito nazionale e locale dobbiamo continuare ad essere il presidio lucido e convinto della coesione istituzionale.

Dobbiamo continuare ad essere il catalizzatore dei processi di convergenza delle istituzioni e delle comunità sui valori di unità, pace, giustizia, sicurezza.

Dinanzi alle barbarie del terrorismo dobbiamo operare per rinvigorire le logiche dell’unità, nella convinzione che altri sono i momenti della differenziazione.

Come Unione delle Province d’Italia abbiamo un compito egualmente importante: costruire in noi, tra le nostre comunità, ma anche in Europa, l’idea della nuova comunità di popoli e di valori in cui credere.

Sarà più semplice, per noi, accettare 19 morti tanto assurde se nelle istituzioni europee riusciremo ad adottare, come regola generale, il sistema del voto a maggioranza. Se accetteremo di alimentare un’unica forza militare comune che porti soccorso alle povertà erranti nel mondo, ma che soprattutto custodisca i nostri confini dagli assalti di una criminalità organizzata che si arricchisce e si fa scudo di queste povertà.

Sarà più semplice per noi sostenere con orgoglio e convinzione le missioni di pace nel mondo se daremo vita ad un’unica agenzia europea per la protezione civile, che metta in comune uomini e risorse nazionali contro terremoti, alluvioni ed incendi.

La vita stroncata di 19 italiani avrà un senso permanente nella nostra storia, e non solo nel dolore delle loro famiglie, se come Europa saremo pronti a rinunciare ai seggi nazionali al Fondo Monetario Europeo e persino all’ONU, decidendo di farci rappresentare, in quelle sedi, da un unico voto, da un voto che conti.

Questo è il ruolo primario, ancor prima di quello nostro proprio di rappresentare gli interessi dei territori, che intendiamo svolgere in Europa, nell’esercizio delle nuove funzioni che la proposta di Costituzione europea ci riconosce, nell’ambito del Comitato delle regioni.

1. La Provincia dei cittadini

Signori ospiti, colleghi rappresentanti delle province d’Italia,

già il tema della nostra assemblea, che ha posto al centro del dibattito i cittadini, i loro diritti alla sicurezza ed allo sviluppo, ricorda quanto, negli ultimi anni, le province siano cresciute, contribuendo allo sviluppo del Paese, creando una rete di coordinamento istituzionale e sociale che ha corrisposto alle esigenze di sviluppo dei cittadini e delle imprese.

Abbiamo cioè costruito i sistemi locali,  raccogliendo intorno alla nostra istituzione le capacità e potenzialità di cui l’Italia dispone, trasformando le energie delle 100 province italiane in motore di sviluppo nazionale.

Aiutati da un ordinamento, che ha colto le necessità di creare unità e sviluppo a partire dai singoli territori, abbiamo avviato, già con la legge 81, cambiamenti decisivi, in sintonia con le attese delle nostre comunità.

Abbiamo contribuito copiosamente alla crescita di una nuova classe dirigente, responsabilizzata dal rapporto diretto con gli elettori, che nella nuova normativa – che ha reso centrale il ruolo della provincia sui temi dello sviluppo – ha trovato la spinta giusta per crescere e affrontare con strumenti idonei le crescenti sfide della modernità.

L’elezione diretta dei presidenti di provincia ha dato cioè, oltre al presupposto della governabilità, gli strumenti essenziali al cittadino per scegliere tra diverse proposte politiche e diversi programmi; ma ha dato anche agli eletti la responsabilità e gli strumenti per adempiere al patto elettorale.

Grazie a tali strumenti, gli enti locali hanno potuto, in questi anni, programmare ed amministrare con chiarezza di indirizzo politico e assunzione di precise responsabilità.
Anche, e soprattutto per questa via, gli italiani hanno riscoperto il valore di esser parte della Repubblica e hanno ricostruito il rapporto di fiducia con la politica e le istituzioni.

Non è una millanteria, ma è l’esatto sentimento degli italiani, rilevato da un’indagine-sondaggio effettuata dall’Istituto per gli Studi sulla Pubblica Opinione del prof. Mannheimer , condotta su un campione di 4.443 intervistati, tra il 7 e l’8 novembre scorso.

I risultati dell’indagine  rilevano almeno tre aspetti fondamentali:

1. La “provincia” è un fattore emotivo e sentimentale di prima grandezza per i cittadini italiani e, pertanto, concorre, quasi nella stessa misura del comune e della regione, nello strutturare il loro senso di appartenenza alla Nazione e nel motivarne l’orgoglio di essere italiani.

2. Il secondo dato di rilievo è che i cittadini italiani annettono enorme importanza ai compiti e funzioni che la provincia svolge, anche se non conoscono precisamente che quei compiti e quelle funzioni sono propri delle province.

3. Il terzo aspetto fondamentale rilevato dall’indagine è che, nel novembre 2003, 64 italiani su 100 ritengono che la provincia sia un’istituzione molto utile o abbastanza utile. Se pensiamo che, nel dicembre 1998, lo ritenevano solo 56 italiani su 100 si ha l’idea di quanto abbiamo lavorato in questi anni, come Unione delle Province d’Italia e come singole province,   per farci riconoscere, per farci apprezzare, per farci amare come istituzione importante ed utile per i cittadini.

Questi risultati sono stati fortemente aiutati dal decentramento amministrativo e dalla modifica del titolo V della costituzione, che  hanno centrato il nuovo modo d’essere dell’ente provincia e ne hanno anche accelerato il processo di modernizzazione e radicamento sociale.

La chiara attribuzione alle province di funzioni fondamentali connesse alla scuola, alla formazione, alla tutela ambientale e al lavoro, ha dato corpo ad un soggetto dimostratosi essenziale per la progettazione e la costruzione delle strategie di sviluppo locale.
I governi di area vasta crescono ed aiutano il Paese a crescere, perché  lo stesso sistema economico si è evoluto, richiedendo competitività territoriale e puntando sulla dimensione locale.

E’ necessario, quindi, proseguire su questa strada, evitando ulteriori inutili frammentazioni.
Ad oggi giacciono in parlamento più di cinquanta proposte, per lo più di iniziativa di singoli parlamentari, di istituzione di almeno trenta nuove province.

Si tratta di iniziative che rischiano di indebolire un sistema consolidato, che deve invece continuare ad essere rafforzato, per poter rispondere al meglio alla sfida del federalismo.

Per queste ragioni riaffermiamo con determinazione  il nostro “no” all’istituzione di nuove province, che abbiamo affermato anche dinanzi alle commissioni parlamentari competenti, nel corso della recente audizione, sottolineando che il voto della camera dei deputati,  che istituisce  tre nuove province, destabilizza il sistema amministrativo, depotenzia il ruolo istituzionale dell’ente provincia, danneggia nel merito e nei contenuti gli interesse dei cittadini coinvolti per assecondarne, nell’immediato, l’interesse localistico, non scevro da venature elettoralistiche.

Per la gravità delle conseguenze connesse alla proliferazione di province chiediamo al governo – quel governo che risponde “no” alle esigenze primarie di funzionamento delle province che esistono, ma assicura una qualche copertura finanziaria a province inesistenti – chiediamo al governo di sciogliere ogni ambiguità, desistendo da comportamenti che, frammentando la maglia istituzionale,  rendono inefficace il ruolo istituzionale proprio dell’ente provincia e danneggiano gli interessi delle comunità.

2. Sicurezza e sviluppo locale

Che senso ha, oggi, che le province italiane discutano dei diritti dei cittadini alla sicurezza e allo sviluppo?

Lo ha sicuramente in senso classico. In questi ultimi anni, infatti, le province hanno costituito complessi e organici corpi di polizia provinciale che non solo garantiscono la vigilanza negli ambiti delle funzioni amministrative proprie dell’ente, ma rispondono più direttamente anche alla generale domanda di sicurezza.

In questi anni, pur avversate dai vincoli del patto di stabilità interno, le province hanno investito  risorse enormi nei corpi di polizia provinciale che oggi non soltanto presidiano l’ambiente, non soltanto garantiscono sicurezza sulle strade, ma svolgono azioni integrate con i corpi di polizia municipale e con gli organi di sicurezza.

Investimenti in logistica, in organizzazione, in professionalità e capacità di integrazione, però, non bastano.

Avvertiamo la necessità che l’ordinamento preveda un autentico ed efficace  coordinamento istituzionale tra i corpi di polizia locale e le forze dell’ordine. A questo fine i comitati per la sicurezza e l’ordine pubblico possono essere sin da ora la sede naturale in cui esprimere le necessarie integrazioni e collaborazioni in materia di sicurezza.

Sicurezza, però, è un concetto più ampio di quello classico, come dimostra la recente indagine effettuata dall’ISPO . I cittadini chiedono sicurezza in materia di risorse idriche ed energetiche, di difesa del suolo, di tutela e valorizzazione dell’ambiente, di protezione della flora, della fauna, dei parchi e delle riserve naturali, di prevenzione delle calamità con idonee politiche idrogeologiche.

I cittadini chiedono sicurezza sulle strade, nelle scuole e ogni volta che occorra far fronte a calamità naturali di ogni tipo.

Proprio perché connesse a funzioni e compiti di nostra competenza, queste esigenze di sicurezza investono e coinvolgono la nostra stessa missione.
Come vedete, al centro della nostra assemblea, abbiamo posto il “modello” di provincia che l’ordinamento ha disegnato e che il cittadino riconosce e richiede.

Come vedete, in questo “modello” c’è molto di nuovo, che si somma all’atro compito fondamentale che, come province, abbiamo, di predisporre e attuare il progetto di sviluppo del territorio, lavorando per accrescere la competitività del sistema economico locale.

I nuovi compiti, quindi, si integrano con i nostri terreni di lavoro fondamentali , che sono:   

    – L’ambiente e il lavoro, asse portante di ogni nostra funzione;
    – La programmazione urbanistica e delle funzioni dei territori;
    – L’investimento innovativo in agricoltura, attraverso i piani agricoli triennali provinciali;
    – La piena appropriazione delle funzioni relative alla programmazione negoziata, a partire dalla predisposizione dei contratti di programma;
    – La strutturazione del sistema turistico-culturale locale, anche attraverso la creazione dei distretti-impresa previsti dalla legge-quadro nazionale sul turismo;
    – L’ammodernamento del sistema infrastrutturale, particolarmente quello legato alle esigenze produttive e ai sistemi urbani;
    – Le azioni per l’orientamento, la formazione e il lavoro;
    – La promozione e il sostegno alle azioni di marketing territoriale.  

3. La finanziaria 2004: una scelta in controtendenza

Per il terzo anno consecutivo, dopo il varo della riforma costituzionale, la proposta di legge finanziaria 2004 testimonia l’involuzione dei rapporti tra lo stato e le autonomie locali.

La centralizzazione di scelte fondamentali per il Paese in materia di finanza locale, dimostra ancora una volta la chiusura del governo nei confronti di istituzioni che non si sono mai sottratte  al dovere di collaborare al risanamento della finanza pubblica.

Le province italiane, infatti, non solo hanno complessivamente rispettato, sin dall’anno 2000, il patto di stabilità interno, ma hanno anche dimostrato nei fatti grandi capacità di buongoverno, riuscendo a svolgere le nuove funzioni, oltre a quelle tradizionali, migliorando persino l’equilibrio dei propri bilanci.

Sulla base di un’indagine condotta dall’Upi sui bilanci di 60 province su 100, dal 2000 al 2002, a fronte di un aumento delle entrate del 39,6%, vi è stato un aumento della spesa corrente del 34,3 %  e della spesa in conto capitale del 39,4 %. I dati sul personale della Ragioneria generale dello Stato indicano che la spesa per il personale delle province è inferiore al 25 % del totale delle spese provinciali.

Questi dati confermano la tendenza alla crescita delle funzioni provinciali, ma allo stesso tempo dimostrano la nostra capacità di gestire le risorse in modo efficiente, di proiettarci all’esterno e di aumentare gli investimenti indirizzati alle sicurezze dei cittadini e dei territori.

Con la finanziaria 2004, le province perdono d’un colpo circa 500 milioni di euro.


370 milioni di euro saranno sottratti alla spesa corrente, come concorso delle province al rispetto del patto di stabilità interno.

130 milioni di euro, saranno invece i tagli effettivi, rappresentati da minori trasferimenti, dal mancato riconoscimento del tasso  d’inflazione, dal mancato rimborso degli ecoincentivi IPT e dal mancato stanziamento in favore dei Centri per l’Impiego, taglio che, oggi, nel contesto della liberalizzazione del mercato del lavoro introdotta dalla riforma Biagi, appare insostenibile.

Per questa ragione, chiediamo al parlamento di far proprie le nostre richieste di modifica del disegno di legge finanziaria, per quel che concerne:   

    – l’eliminazione della sanzione relativa alla limitazione della spesa del 10% per beni e servizi, che di fatto comporterebbe, in caso di sforamento, una specie di commissariamento, contrario ad ogni principio di autonomia;    

    – l’allentamento dei vincoli del patto di stabilità per il 2004, al fine di attenuarne gli effetti di paralisi delle nostre attività;   

    – il rimborso degli ecoincentivi, che hanno procurato ai nostri bilanci una sensibile riduzione di gettito;   

    – la effettiva garanzia di riscossione dell’addizionale sul consumo di energia elettrica, in un momento in cui la liberalizzazione del mercato energetico ha introdotto nuovi soggetti produttori, di difficile individuazione;    

    – l’eliminazione delle insostenibili misure e procedure che hanno di fatto procurato il blocco totale delle assunzioni.

Se il parlamento non introdurrà le modifiche richieste, la finanziaria 2004 rischia di compromettere l’organicità delle riforme costituzionali rispetto a scelte già compiute e vigenti, ma anche rispetto alle intese sul federalismo fiscale, sottoscritte col governo nel giugno 2002. La proroga per tutto il 2004 dei lavori dell’Alta commissione, introdotta dalla stessa legge finanziaria,  rischia, infatti, di rinviare l’attuazione della norma costituzionale sul federalismo fiscale alla prossima legislatura.

4. Una transizione istituzionale da concludere

Quest’insieme di ritardi e rinvii accresce sempre più il senso di instabilità istituzionale e radica la convinzione di essere destinati a convivere con un senso di transizione permanente.

Questo non è il momento delle attese, ma delle scelte e delle decisioni, purchè coerenti con le scelte già fatte e le decisioni già assunte.

Uno dei primi nodi da sciogliere è certamente quello relativo al rapporto tra giunta e consiglio.

In particolare, occorre ridefinire in maniera chiara e soddisfacente il ruolo e le funzioni del consiglio, affrontando un tema delicato rimasto per troppo tempo sullo sfondo, che riguarda, insieme ai comuni e alle province, anche le regioni.

Si avverte oggi in modo diffuso l’esigenza di garantire maggiore efficacia e funzionalità all’azione delle assemblee elettive, affinché possano esercitare concretamente il ruolo di indirizzo politico, di rappresentanza e partecipazione democratica, senza però mettere in discussione i principi ispiratori della legge 81. Questo ragionamento potremo svilupparlo prossimamente, allorquando occorrerà adeguare il testo unico degli enti locali alla legge attuativa della riforma del titolo V (legge La Loggia).

Accanto alla necessità di ridefinire il ruolo e le funzioni delle assemblee elettive, avvertiamo l’eguale esigenza di concludere sollecitamente l’oramai più che decennale processo di riforma istituzionale.

Il governo si era impegnato con noi, nell’intesa interistituzionale del 20 giugno 2002, a dare attuazione all’art. 119 della costituzione con l’introduzione nel sistema di finanza pubblica dei principi e delle regole del federalismo fiscale e a procedere all’integrazione della commissione bicamerale per le questioni regionali con i rappresentanti di regioni e autonomie locali.

Quegli impegni sono rimasti lettera morta.

Sta invece andando avanti l’attività di attuazione della cd. legge La Loggia che, tra le altre cose, prevede una delega al governo per l’individuazione delle funzioni fondamentali di comuni, province e città metropolitane e la revisione del testo unico degli enti locali.

Nell’attuazione della delega occorre dare priorità all’individuazione delle funzioni fondamentali delle province, che dovranno definirne la nuova carta d’identità. Una carta ed un’identità che vadano bene a tutte le 100 province italiane e che valorizzino il ruolo di ente di governo di area vasta che le stesse province hanno conquistato con la riforma costituzionale ed il processo di decentramento delle funzioni amministrative.

Uno dei punti delicati di attuazione della legge-delega è  relativo alla  disciplina delle città metropolitane, anch’esse ritenute soggetti di rilevanza costituzionale.

Su questo tema occorre superare i ritardi esistenti, definendo procedure chiare per l’istituzione e il funzionamento delle città metropolitane. In ogni modo, le province intendono esercitare un ruolo determinante nel processo istitutivo dei nuovi soggetti, cui sono assegnate le funzioni territoriali di area vasta proprie delle istituzioni provinciali.

Se le città metropolitane, nell’attuale ordinamento, si presentano come istituzioni che ampliano e, quindi, superano l’attuale provincia, occorre allora garantire che la provincia coinvolta sia protagonista del processo di istituzione del nuovo ente.

Per queste ragioni auspichiamo che l’istituzione delle città metropolitane sia il risultato di un processo di concertazione istituzionale e di un’intesa tra le province e i comuni interessati, in particolare con i comuni capoluogo e, a tal fine, invitiamo l’ANCI a definire con noi una proposta unitaria.

5. La concertazione istituzionale

L’incertezza e la preoccupazione sul futuro viene amplificata dalle aspre discussioni che, sulle prospettive istituzionali, emergono tra i partiti della maggioranza e dal fatto che, nel dibattito su questi temi, gli enti locali vengono praticamente tenuti all’angolo.

Come se non bastasse, parlamento e governo continuano a comportarsi come se nulla fosse cambiato, legiferando, ad esempio, in materie di competenza legislativa regionale; ignorando intese e patti sottoscritti con le autonomie locali; predisponendo politiche fiscali e finanziarie che rinnegano la stessa riforma costituzionale che si accingono ad attuare.

L’esperienza recente testimonia, quindi, un forte stato di incomunicabilità tra parlamento e governo da un lato ed autonomie locali dall’altro.

Dinanzi a questo stato di cose, il sistema delle autonomie locali nel suo insieme non ha saputo mantenere il necessario livello di unità.

Dobbiamo quindi compattare il fronte autonomistico sugli obiettivi importanti e comuni, lavorando insieme nei confronti del governo per recuperare il valore della concertazione interistituzionale.

Questo è un fronte fondamentale del nostro impegno, che assumo formalmente, in nome dell’intera Unione, dinanzi ai rappresentanti del governo qui presenti, che ringrazio anche per la partecipazione ai lavori della nostra assemblea generale.

La concertazione, nei nostri intendimenti, è uno strumento evoluto di democrazia, che aiuta l’esercizio delle responsabilità e costruisce le soluzioni migliori.

Quel che oggi succede a Scanzano Ionico, inopinatamente localizzata sito nazionale delle scorie radioattive, dimostra che la concertazione è talvolta, più che opportuna, necessaria, perché previene tensioni gravi e conflitti sociali irreparabili.

La concertazione, però, nei nostri intendimenti è cosa diversa dall’espressione di pareri e note tecniche.

Con questo intendo dire che dobbiamo rilanciare e rafforzare il ruolo delle conferenze, che sono sempre più un vuoto  “parerificio” e sempre meno la sede dell’intesa tra lo stato e gli enti territoriali.

La stessa conferenza unificata non riesce quasi più ad affrontare nodi politici o istituzionali, neppure quelli fondamentali per l’assetto istituzionale del Paese, come è avvenuto per il disegno di legge di riforma della costituzione.

Ancora più grave è lo stato di funzionalità della conferenza stato-città, che non riunisce da diversi mesi e a cui è stato sottratto persino il confronto sulla finanziaria 2004.

Sempre in tema di attuazione degli obblighi connessi alla riforma costituzionale, è paradossale il ritardo del parlamento nell’integrazione della commissione bicamerale per le riforme costituzionali con i rappresentanti di regioni, province e comuni.

A nostro avviso, non si tratta di semplice ritardo, benché grave, ma di un quieto consenso del governo all’incapacità del parlamento di trovare su questo tema un accordo soddisfacente tra tutte le forze politiche.

Rileviamo la gravità di questi comportamenti, che minano alla radice una lungimirante  scelta del legislatore che, attraverso tale organismo, ha precostituito l’idea di un senato federale misto.

6. Il Senato federale misto

Sin dalla approvazione della riforma del titolo V abbiamo evidenziato la necessità di completare la riforma costituzionale con l’istituzione della camera delle autonomie territoriali e con la previsione dell’accesso di comuni, province e città metropolitane alla corte costituzionale.

Il disegno di legge costituzionale approvato dal governo e attualmente all’esame della commissione affari costituzionali del senato completa il percorso riformatore, anche se il suo iter approvativo ha saltato a pié pari il momento del confronto con le autonomie all’interno della conferenza unificata.

Auspichiamo che il momento della concertazione, mancato in fase di predisposizione del disegno di legge, venga recuperato nel corso dell’iter parlamentare.

Per quel che riguarda il merito e i contenuti del progetto di riforma, il direttivo dell’Unione e l’assemblea dei presidenti di provincia hanno concentrato l’attenzione su due punti:

1. Il superamento dell’attuale bicameralismo paritario impone l’istituzione di un vero senato federale, in cui i diversi livelli territoriali costitutivi della Repubblica (comuni, province, città metropolitane e regioni) siano direttamente in esso rappresentati. La soluzione proposta nel disegno di legge, invece, è quella di un senato composto da membri eletti a suffragio universale, che non garantisce una vera rappresentanza dei territori, né delle autonomie territoriali. Per questi motivi, abbiamo avanzato alla commissione affari costituzionali del senato una proposta di senato federale con composizione mista, in parte espressione diretta del corpo elettorale, in parte espressione indiretta delle autonomie territoriali.

2. A nostro parere, la vera garanzia di un diritto sta nella possibilità di difenderlo dinanzi a un giudice. Anche su questo punto, perciò, abbiamo richiesto che sia consentito ai comuni, alle province e alle città metropolitane, in quanto elementi costitutivi della Repubblica a pari titolo delle regioni e dello stato, di ricorrere alla corte costituzionale in  difesa delle proprie attribuzioni costituzionali oltre che in difesa della propria autonomia dagli atti legislativi statali e regionali che la ledano. 

7. Province europee

Se le province  sono cambiate, e se dovranno cambiare ancora di più, è naturale che cambi anche il modo d’essere dell’Unione delle Province d’Italia, che cambino le sue priorità e le sue scelte fondamentali.

Dovremo, quindi, continuare ad essere associazione e sindacato istituzionale, ma dobbiamo anche diventare sempre più struttura di supporto delle Unioni regionali e delle province, per rafforzarne il ruolo nei territori e per irrobustirne l’operatività in sede europea.

Strumento importante per cooperare, comunicare e fare sistema è il nostro portale interattivo, di recente attivato e presentato, che non solo favorisce il coordinamento tecnico e politico tra Unione nazionale, Unioni regionali e singole province, ma consente un’esperienza permanente di scambio di informazioni sulle innovazioni istituzionali e sulla diffusione delle buone pratiche avviate dalle singole province.

Il rapido mutamento istituzionale in atto, che è tanto veloce in ambito nazionale quanto in ambito europeo, consente ai soggetti di governo locale di svolgere un ruolo importante in Europa, attraverso un’incisiva utilizzazione degli strumenti e delle opportunità che l’Unione europea consente.

Per accompagnare le province in questo impegnativo percorso, che le aiuti nel progressivo adeguamento strutturale, organizzativo e professionale, abbiamo stipulato con TECLA (associazione per la cooperazione transregionale locale  ed europea) apposita convenzione.

Si tratta ora di concretizzare in via generale gli occorrenti processi di cambiamento, con l’istituzione, in ogni provincia, dell’Ufficio Europa. Si tratta anche di sviluppare al massimo le potenzialità insite nel protocollo d’intesa che abbiamo siglato con TECLA e con FORMEZ, che ha avviato il “Programma Ufficio Europa delle Province Formez UPI”, investendo sempre di più in progetti di eccellenza, tralasciando quelli di mero impatto formale.

In questo contesto sempre più proiettato in Europa stiamo valutando se, dopo aver fornito alle province strumenti di supporto allo sviluppo della partecipazione ai programmi e alle iniziative comunitarie, si possa utilizzare la struttura di TECLA, già operante a Bruxelles, per farne il punto di riferimento delle province italiane nei confronti delle istituzioni comunitarie. Sarebbe un bel passo avanti per rafforzare la nostra presenza in Europa e per costruire il progetto di sviluppo delle nostre comunità tenendo conto di quel avviene in ambito comunitario.

Signori ospiti e colleghi che rappresentate le 100 province d’Italia,

si conclude in questi giorni il quarto anno del nostro mandato e si apre il nostro ultimo anno di attività. Già dal giugno 2004 molti di noi saranno impegnati in altre attività o con diversi oneri di rappresentanza.

Se non avesse prevalso l’urgenza dei delicatissimi temi sui quali ancora ci confrontiamo con il parlamento, con il governo e le regioni, sarebbe stato giusto dedicare i nostri lavori ad un analitico consuntivo dell’attività svolta e dei risultati conseguiti in questi anni.

Il valore di quel che abbiamo realizzato è misurabile dalla qualità e novità degli obiettivi che il tema dell’assemblea generale ha delineato nel nostro orizzonte. Dobbiamo fare attenzione affinché la grandezza di questi obiettivi non sminuisca il valore dei risultati importanti che già abbiamo conseguito.

Tra questi, c’è un risultato di cui siamo particolarmente orgogliosi.

Abbiamo vissuto in questi anni col governo dell’Ulivo e col governo della Casa delle Libertà.

Abbiamo affrontato i temi delicatissimi di una crisi della finanza pubblica pagata soprattutto dagli enti locali.

Abbiamo trattato questioni che hanno diviso le forze politiche nazionali anche all’interno delle coalizioni.

Ma noi siamo rimasti uniti ed abbiamo espresso permanentemente posizioni unitarie, al di fuori di ogni logica di appartenenza e al di là di ogni schematismo culturale e geografico.
Al di là dei risultati raggiunti, che pure consideriamo eccezionali, è l’unità associativa il risultato fondamentale che abbiamo saputo garantire e preservare.

Quest’unità, signori rappresentanti delle province d’Italia, resterà valore determinante nei prossimi anni e contribuirà, anche nei tornanti difficili della storia della Repubblica, a cementare l’unità del Paese.

Assemblea generale: intervento di Enrico Gasbarra

Carissimi colleghi,

porgo il mio benvenuto ai colleghi presidenti e a tutti i partecipanti all’Assemblea generale delle Province d’Italia.

Un ringraziamento particolare desidero rivolgerlo al nostro presidente, Lorenzo Ria e a tutti i membri dell’UPI, per il grande impegno che quotidianamente svolgono al servizio di tutte le province italiane, assicurando che a tale impegno non verrà mai a mancare il nostro sostegno.

E’ per me un grande onore aprire i lavori dell’Assemblea Annuale, che rappresenta un passaggio fondamentale della nostra vita associativa a cui, per la prima volta, partecipo come Presidente della Provincia di Roma.

Saranno due giornate intense e ci aiuteranno a compiere un’attenta riflessione sulle grandi responsabilità che come amministratori locali abbiamo nei confronti dei nostri cittadini, per affrontare i tanti nodi da sciogliere e per lanciare, con spirito di partecipazione e condivisione, le nostre sfide future.

Il dibattito sul “diritto ad esistere” delle Province è ormai alle nostre spalle: la Costituzione ne fa esplicitamente una delle pietre miliari della nuova Repubblica delle autonomie. Proprio per questo noi, oggi, abbiamo la possibilità, anzi il dovere, di interrogarci senza reticenze sul modo migliore per essere al servizio delle comunità.

Al centro del nostro dibattito ci sono i cittadini, con i loro diritti e le loro esigenze, così come recita il titolo dell’ Assemblea. Titolo che ho particolarmente apprezzato, perché coglie in pieno la trasformazione che l’ente Provincia ha avuto in questi anni. La relazione del Presidente Ria svilupperà ampiamente in tutte le sue sfaccettature una tematica di così alto interesse, collocandola nell’attuale dibattito istituzionale e nelle preoccupanti contingenze della Finanziaria.

Una Finanziaria che volevamo recepisse maggiormente le richieste che i Comuni e le Province hanno avanzato con spirito costruttivo.
Con grande senso di responsabilità, e d’intesa con l’ANCI, avevamo infatti sollecitato il Governo ad imboccare la via del rispetto istituzionale: pronti a fare la nostra parte per il bene del Paese – avevamo detto al Governo – non chiediamo più soldi, ma più autonomia, chiediamo – anzi pretendiamo – di poter governare le nostre comunità con piena responsabilità, nella ricerca delle risorse finanziarie, dei modelli organizzativi, delle vie migliori per rispondere ai bisogni dei cittadini senza compromettere gli equilibri della finanza pubblica allargata.

Le risposte, al momento, sono ancora troppo insufficienti. Il Vice Presidente del Consiglio aveva detto cose importanti e significative all’Assemblea nazionale dell’ANCI. Chiediamo che quell’impegno sia rinnovato, per riprendere il cammino indicato e purtroppo ancora non avviato.

Non possiamo nascondere, inoltre, le perplessità per quanto è accaduto in Europa pochi giorni or sono. Quando il patto di stabilità europeo è apparso troppo rigido per alcuni grandi paesi, i ministri di Ecofin, sotto la presidenza italiana, hanno trovato il modo per ammorbidirlo, annacquando le sanzioni e accontentandosi alla fine di qualche raccomandazione.

Tanta disponibilità, tanta accondiscendenza sono invece state negate ai Comuni e alle Province italiane alle prese con un patto di stabilità interno ancora più rigido, ancora più vincolante, tutelato da sanzioni durissime.

Nonostante ciò, e nonostante i gravi tagli a danno degli enti locali, da parte nostra non ci sarà alcun tentativo di eludere i bisogni dei cittadini. Cercheremo, anzi, nei nostri non facili bilanci di deliberare misure finanziarie che comunque non riducano i servizi alla persona e rimarremo al fianco dei piccoli comuni, che maggiormente soffrono la riduzione dei finanziamenti.

Questo è il nuovo modello di Provincia: più forte sul territorio, maggiormente rispettosa dell’identità di ciascun comune, più vicina ai cittadini.

Una Provincia non come ente verticistico, sovraordinato ai comuni, ma che lavora sempre con e per le comunità locali, valorizzandone l’autonomia, a vantaggio di una moderna “governance” che nell’integrazione e nella sussidiarietà trova il fondamento per il più efficiente esercizio delle funzioni e dei compiti amministrativi.
Va in questo senso l’esperienza di Roma e delle sue peculiarità, ben sapendo tuttavia che ciascuna Provincia italiana, dalla più grande alla più piccola, possiede specificità proprie che la caratterizzano e la rendono nello stesso tempo unica e parte di un insieme.

Nella nostra specialissima Provincia, che ospita la Capitale della Repubblica, la Santa Sede ed alcune tra le più prestigiose agenzie delle Nazioni Unite, si concretizza il segnale del nuovo modello. La nostra comunità provinciale è fatta da 121 Comuni: accanto alla città di Roma, ci sono tante comunità piccole e medie, ci sono ben 64 Comuni con meno di 5.000 abitanti. Ventisette di loro non arrivano ai mille. Sono comunità importanti, ricche di storia, e di tradizioni, ma anche oggi protagoniste di un modello di sviluppo dinamico e flessibile, attento alla sostenibilità sociale e ambientale.
 
Quello che stiamo sperimentando qui è un modello di governo partecipato, dove le decisioni vengono prese non più soltanto dal Consiglio provinciale, ma condivise anche con le associazioni, con le comunità e con i cittadini.

In questo senso, importante è la novità rappresentata dall’istituzione della Camera dei Comuni e delle Autonomie quale sede permanente di confronto istituzionale e di concertazione con i comuni, le comunità montane, i municipi, per la costruzione di politiche territoriali veramente partecipate.

Ritengo infatti che rilanciare la concertazione interistituzionale a partire dai nostri territori sia necessario per fornire, innanzitutto, un servizio ai nostri cittadini.

 Auspico, infine, che l’Assemblea affronti il tema delle città metropolitane, oggi costituzionalmente previste e, nello specifico, si esprima sul ruolo e le funzioni di Roma Capitale.

 I due temi, a mio avviso, seppur collegati sono oggettivamente diversi. Il nodo delle città metropolitane deve essere sicuramente analizzato integrando e definendo le funzioni di un ente di area vasta. Sottopongo all’Assemblea l’esigenza di rilanciare da subito una Commissione composta dai Sindaci e dai Presidenti delle Province per discutere insieme le possibili soluzioni.

 Per quanto riguarda la Capitale, invece, il cammino parlamentare deve trovare una soluzione urgente che, recuperando l’esperienza europea, definisca ruolo e funzione con legge ordinaria dello Stato e non releghi la questione allo statuto regionale. Solo così è possibile recepire il principio costituzionale che riconosce la capitale patrimonio dell’intera nazione.
 
Infine, nel rinnovare il benvenuto a tutti voi, consentitemi di chiudere con un paragone che credo possa sintetizzare al meglio quello che auspichiamo: per fare un film da oscar non bastano buoni attori, serve un eccellente regista e degli ottimi produttori. Il nostro Paese ha attori straordinari nei Comuni. Le Province possono ricoprire il ruolo del regista e se il Governo e le Regioni ne diventano i produttori, il sistema delle autonomie potrà finalmente essere il punto di riferimento della nostra comunità.

Assemblea generale: intervento di Francesco Cioffarelli

Cari Presidenti,

Credo che in questo momento due siano i temi che si pongono all’attenzione di Province e Comuni: ciascuno con le proprie specificità, ogni giorno abbiamo davantio problemi che sono riconducibili da un lato alla questione della finanza locale e dei tagli ai trasferimenti che la Finanziaria si appresta ad imporre per il secondo anno consecutivo senza dare il via a nessuna forma di federalismo fiscale, e dall’altro alla definizione di nuovi rapporti tra livelli istituzionali diversi.

Per quanto riguarda il primo punto, quello che riguarda la gestione dei nostri bilanci, quest’anno è prevedibile che le Province, che nelle Finanziarie storicamente hanno subito tagli inferiori a quelli dei comuni, subiranno un effetto di ritorno a causa della falcidia nei trasferimenti (si stima il 20% in meno) che si preannuncia a carico dei comunui piccoli e piccolissimi. Questi saranno costretti a chiudere dei servizi e potrebbero chiedere alle Province di intervenire in nome della funzione di sussidiarietà.

Sono convinto che sia necessario stabilire un coordinamento tra i comuni  e le province, e soprattutto tra i grandi Comuni e la Provincia. A richiederlo è il fatto che non c’è crescita di un Comune se non c’è crescita di tutta l’area territoriale: basta pensare al fatto che le politiche che riguardano  lo sviluppo produttivo, l’ambiente, la mobilità oggi sono politiche territoriali e non più locali, pianificate da tavoli interistituzionali e non dai singoli assessorati.

Questo si vede bene nel caso di Roma, il Comune più grande d’Italia, che con i suoi 1.290 km quadrati di estensione contiene la somma dei territori di Milano, Bologna, Torino, Genova, Napoli, Palermo, Catania, Firenze e Bari, e che in Europa è secondo per dimensione territoriale solo a Londra […].

I due principali aeroporti  romani risiedono in due Comuni diversi, Ciampino e Fiumicino. Per la mobilità Roma ha un piano di bacino integrato con quello degli altri comuni e non potrebbe rispondere pienamente alla propria vocazione ambientale se non impostasse le proprie politiche delle aree verdi con una logica di sistema territoriale.

La Provincia oggi ha quindi un doppio ruolo: quello di coordinare le funzioni di sviluppo che riguardano un’area territoriale vasta e quello di svolgere una funzione di sussidiarietà nella fornitura di servizi che rispondono ad esigenze sociali, in sostegno dei comuni più piccoli. Per questo sarebbe antisorico e immorale prevederne la soppressione.

Tuttavia la definizione dello Statuto della Capitale è un tema fondamentale dell’attuale dibattito politico e istituzionale […].

Essere Capitale richiede il conferimento di particolari condizioni e poteri, richiede una speciale autonomia normativa, finanziaria e amministrativa per l’esercizio di funzioni pecifiche e aggiuntive rispetto ad ogni altro Comune, legate alla presenza a Roma degli organi costituzionali, dei Ministeri, delle rappresentanze diplomatiche e delle sedi di istituzuioni internazionali. Non ultima la presenza della Santa Sede, polo di attrazione spirituale e materiale di tutta la Cristianità, e di tutti gli organismi che ad essa fanno riferimento: uno Stato sovrano dentro una città, una presenza che conferma la vocazione internazionale di Roma.

Dal lato economico Roma è la metropoli più colpita dalle decurtazioni a carico dei comuni prevista dalla Finanziaria, con un taglio complessivo ai trasferimenti che ammonterebbe ad oltre 92 milioni di euro con una differenza negativa di quasi il 10% rispetto al 2003. La riduzione dei trasferimenti agli oltre 8000 comuni italiani, in media, risulterebbe del 6,21%. Come non bastasse, dovremo poi fare i conti con il definanziamento della Legge 396 per Roma Capitale, che prevede nel 2004 una riduzione di circa 83 milioni di uro e addirittura un azzeramento di fondi dal 2005.

Questa è una preoccupazione che stanno manifestando tutti coloro che operano sul nostro territorio. Un mese fa gli attori del tavolo di concertazione del Comune, espressione del mondo produttivo romano, delle organizzazioni sindacali, dell’Università, hanno sottoscritto un appello al Governo con i tagli ai Comuni, affinché rivedesse la Finanziaria. Con lo stesso spirito, l’altro giorno, insieme al Presidente della Regione, Francesco Storace, e a quello della Provincia, Enrico Gasbarra, sono stati convocati in Campidoglio i Parlamentari eletti a Roma e nel Lazio, per spiegare le difficoltà e mettere a punto le proposte delle nostre realtà locali davanti ai provvedimenti del Governo […].

Con lealtà bisogna rendersi conto che non si può gestire la realtà di Roma come quella di un altro Comune, secondo un modello uniforme per il quale i problemi di Roma sarebbero di fatto considerati identici a quelli di Saracinesco, che è il più piccolo comune della Provincia di Roma, con meno di 200 abitanti […].

Proprio perché siamo in una situazione di federalismo incompiuto e con un assetto barocco e confuso dei livelli di Governo, esiste il rischio di un corto circuito istituzionale. Un rischio particolarmente pesante in aree, come quella di Roma e Provincia, che invece mostrano segni evidenti di ripresa economica ed occupazionale e di opportunità di crescita.

Servizi, ambiente, cultura, tecnologie e innovazione, commercio sono i settori su cui Roma e il suo territorio stanno puntando. A Roma, infatti, non c’è più solo il pubblico impiego: il  73% degli occupati fa appunto riferimento a imprese del terziario avanzato, del commercio, delle nuove tecnologie, della finanza. Roma e Provincia significa un sistema di oltre 290.000 imprese, con 1.400.000 addetti. Parliamo di un sistema produttivo che rappresenta il 6,8% di quello nazionale in termini di imprese e l’8,7% in termini di addetti con una dimensione media di 4,7 addetti per impresa: un addetto in più rispetto alla media nazionale.

La nostra proposta è molto chiara: le funzioni, i poteri, le risorse della Capitale siano indicate in un ordinamento speciale disciplinato da una legge dello Stato votata dal Parlamento.

E’ la questione di fondo che, specifica per Roma in quanto Capitale, accomuna tutti i più grandi insediamenti urbani del Paese, Roma come Milano, Napoli come Torino, per i quali è indispensabile individuare assetti e strumenti correlati alla diversa dimensione di scala delle esigenze amminnistrative, a cominciare dalla configurazione delle città metropolitane: un assetto nuovo, da tempo atteso, ineludibile per la soluzione di problemi tipici dell’area vasta. E comunque, in nessun modo la concreta attuazione dello Statuto proprio di Roma Capitale potrebbe definirsi senza procerdure e sedi di cooperazione istituzionale con la Regione e la Provincia.

Occorre, a mio avviso, studiare con serenità, intelligenza ed equidistanza politica una forma di e-governance del territorio che sia più adeguata alle reali esigenze del egoverno di prossimità, partendo dal presupposto che non siste contrapposizione tra Province e Comuni e che ogni area vasta presenta un diverso assetto, diverse opportunità e quindi esigenze, secondo i criteri di “differenziazione e a deguatezza” citati anche nel Titolo V, art. 118, della nostra Costituzione.

Proprio questi due principi, all’interno di un sistema autenticamente federale sono la chiave non di una scelta contrappositiva, di un braccio di ferro tra livelli istituzionali diversi, ognuno teso all’affermazione della propria autonomia di poteri e funzioni, ma di un impianto unitario, come vuole la Costituzione, del modello di governo di prossimità.

Il parere dell’UPI sulla riforma costituzionale

ORDINE DEL GIORNO

Il Consiglio Direttivo dell’UPI e l’Assemblea dei Presidenti delle Province, riuniti a Roma in data 23 ottobre 2003

VISTO

Lo schema di disegno di legge costituzionale concernente “Modificazione degli articoli 55, 56, 57, 58, 59, 60, 64, 65, 67, 69, 70, 71, 72,  80, 81, 83, 85, 86, 87, 88, 89, 91, 92, 93, 94, 95, 96, 104, 114, 116, 117, 126, 127, 135, 138 della Costituzione”, approvato dal Consiglio dei Ministri senza il parere della Conferenza unificata e presentato e sottoposto ora all’esame della Commissioni Affari costituzionali del Senato della Repubblica.

CONSIDERATA

La necessità che le proposte di riforma costituzionale che incidano sostanzialmente sulla forma di stato e sui rapporti tra lo Stato, le Regioni, le Province, le Città metropolitane e i Comuni siano approvate attraverso una sostanziale concertazione e condivisione fra tutti i livelli territoriali, che oggi sono a pari titolo elementi costitutivi della Repubblica.

ESPRIMONO

Viva preoccupazione rispetto alle modalità di discussione sulle attuali proposte di modifica costituzionale, pur condividendo l’esigenza di completare e, se necessario, correggere  il disegno di riforma costituzionale introdotto con la legge costituzionale n. 3/2001, innanzitutto attraverso la riforma del modello bicamerale e del processo costituzionale.

RIBADISCONO

L’urgenza di dare attuazione alle disposizioni della legge costituzionale n. 3 del 2001 che a tutt’oggi sono rimaste lettera morta, ossia la modifica dei regolamenti parlamentari per l’integrazione della Commissione bicamerale per le questioni regionali con i rappresentanti di Regioni e Autonomie locali e l’introduzione nel sistema di finanza pubblica dei principi e delle regole del federalismo fiscale sanciti nell’art. 119 della Costituzione.

PROPONGONO

1. Il superamento dell’attuale bicameralismo paritario e l’istituzione di un vero Senato federale in cui i diversi livelli territoriali costitutivi della Repubblica (Comuni, Province, Città metropolitane, Regioni) siano direttamente in esso rappresentati, attraverso una composizione mista del Senato, in parte espressione diretta del corpo elettorale, in parte espressione indiretta delle autonomie territoriali.

2. L’accesso diretto alla Corte costituzionale per i Comuni, le Province e le Città metropolitane a tutela delle loro attribuzioni costituzionali, con opportuni meccanismi che salvaguardino l’operatività della Corte costituzionale.


Roma, 23 ottobre 2003

Dall’Upi no alle nuove province

L’Assemblea dei Presidenti e il Direttivo Upi hanno voluto ribadire il proprio parere negativo, già espresso in più occasioni a Governo, durante le riunioni interistituzionali,  e al Parlamento, nelle audizioni con le Commissioni di Senato e Camera, alla istituzione di nuove Province.

Per questo, nella riunione di Roma, gli amministratori hanno votato l’ Ordine del giorno che vi alleghiamo.

Documenti allegati:

Alta commissione

Le associazioni rappresentative delle Regioni e degli Enti locali chiedono al Ministro La Loggia di iscrivere all’odg della Conferenza unificata il punto relativo all’accordo per definire gli indirizzi dell’Alta Commissione per l’attuazione dell’art. 119 Cost. sul federalismo fiscale.

Documenti allegati:

Conferenza Unificata del 19 dicembre 2002

Provvedimenti:
 
1. Approvazione del verbale della seduta del 28 novembre 2002
    
2. Schema di decreto legislativo recante modifiche al testo unico in materia di espropriazione per pubblica utilità, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 8 giugno 2001, n. 327. INFRASTRUTTURE E TRASPORTI)

Parere ai sensi degli articoli 2, comma 3, e 9, comma 3 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281.

Note e osservazioni: Parere favorevole
Esito: Parere favorevole, con raccomandazione delle Regioni

4. Schema di decreto legislativo recante modifiche al testo unico in materia di edilizia, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380. (INFRASTRUTTURE E TRASPORTI)

Parere ai sensi degli articoli 2, comma 3, e 9, comma 3 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281.

Note e osservazioni:
Parere negativo
Esito: Parere negativo di Regioni ed Enti locali

4. Schema di decreto del Ministro delle attività produttive concernente il riparto tra le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano della quota del restante 30% del Fondo di cofinanziamento dell’offerta turistica, i attuazione dell’art. 6, comma 3, della legge 29 marzo 2001, n. 135, recante “Riforma della legislazione nazionale sul turismo”. (ATTIVITA’ PRODUTTIVE)

Parere ai sensi degli articoli 6, comma 3, della legge 29 marzo 2001, n. 135
 
Note e osservazioni: Parere favorevole
Esito: Parere favorevole

5. Delibera della Conferenza Unificata di definizione degli standard minimi organizzativi nei micro-nidi nei luoghi di lavoro, ai sensi dell’art. 70, comma 5, della legge 28 dicembre 2001, n. 448. (PARI OPPORTUNITA – LAVORO E POLITICHE SOCIALI)

Delibera ai sensi dell’art. 70, comma 5, della legge 28 dicembre 2001, n. 448

Note e osservazioni:  Si chiede rinvio
Esito:  Rinvio

6. Designazione di un rappresentante della Conferenza Unificata in seno al Consiglio di amministrazione dell’ Ente per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente (ENEA), in applicazione dell’articolo 6, comma 1, del decreto legislativo 30 gennaio 1999, n. 36.

(DESIGNAZIONE)
Acquisizione di designazione ai sensi dell’articolo 9, comma 2, lett. d), del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281.

Note e osservazioni: Si chiede rinvio
Esito: Rinvio

7. Approvazione del calendario dei lavori della Conferenza (gennaio – giugno 2003)
   Approvato
8. Proposta di accordo tra lo Stato e le Autonomie regionali e locali per la definizione degli indirizzi per la sperimentazione dei programmi di riqualificazione della rete commerciale. (ATTIVITA’ PRODUTTIVE)

Accordo ai sensi dell’art. 9, comma 2, lettera c), del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281.

Note e osservazioni:
 Si chiede rinvio
Esito: Rinvio

9. Schema di delibera CIPE sul Codice Unico di Progetto di investimento pubblico (CUP)

Parere ai sensi dell’art. 9, comma 3 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281.

Note e osservazioni:  Parere favorevole
Esito: Parere favorevole

Le Regioni e gli Enti locali hanno, altresì, evidenziato il mancato rispetto da parte del Governo dell’intesa interistituzionale, relativamente all”approvazione della legge finanziaria 2003.

Infine, il Ministro La Loggia ha annunciato l’istituzione da parte dell’ONU della giornata internazionale della montagna.

Testo completo

La legge d’attuazione del Titolo V

La definitiva approvazione della legge per l’attuazione del Titolo V, rappresenta un passaggio positivo per le Province italiane e per l’intero sistema delle autonomie locali.

Il provvedimento ha il merito fondamentale di essere stato condiviso e concordato con tutto il sistema delle Autonomie locali, Regioni, Province e Comuni, e di individuare un percorso di applicazione concertata della riforma costituzionale. L’approvazione della legge dimostra che, quando si sceglie la strada della concertazione tra i livelli istituzionali, si raggiunge quella condivisione politica, necessaria per riforme di questa
portata, che porta anche a percorsi più rapidi nell’iter parlamentare.

In particolare, si segnalalo le disposizioni relative alla delega al Governo per l’individuazione delle funzioni fondamentali di Province, Comuni e Città metropolitane, al potere normativo degli enti locali, e alla disciplina di attuazione dell’art.118 della Costituzione, che sancisce il passaggio di competenze da Regioni a Province e Comuni secondo i principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza.

 

– Per consultare la legge clicca qui

Il decentramento amministrativo

A partire dalla scorsa legislatura si è avviata un complesso processo di decentramento dallo Stato alle Regioni, alle Province e ai Comuni, che ha trovato il definitivo coronamento nella riforma costituzionale del 2001.

La banca dati completa sul federalismo amministrativo,  per avere accesso alle informazioni relative ai diversi provvedimenti di decentramento,  è consultabile nella pagina ad esso dedicata sul sito del CESDAL, Centro Studi e Documentazione Autonomie Locali con il patrocinio della Presidenza del Consiglio, Dipartimento Funzione Pubblica.

– Link banca dati sul federalismo amministrativo

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