In allegato la convocazione e il documento per i Centri per l’Impiego
In allegato la convocazione e il documento per i Centri per l’Impiego
“Questa grande rivoluzione che, cancellando le Province, doveva salvare il Paese è in realtà una piccola, banale riforma, che non semplificherà nulla e renderà la vita impossibile ai cittadini e agli stessi sindaci”. Lo ha detto il Presidente dell’Upi, Antonio Saitta, intervenendo all’Assemblea dei Presidenti di Provincia che si è svolta a Roma per fare il punto sullo stato dei lavori parlamentari sul DDL cosiddetto Delrio che svuota le Province e fa nascere ben 20 Città metropolitane. “Ma come si fa ad affermare che una riforma che spezzetta le funzioni oggi esercitate dalle Province tra Comuni, Unioni di Comuni, Comunità Montane, Città metropolitane, Regioni e Agenzie regionali, è una semplificazione? Certo quello che non si semplifica, anzi si rende caotica, è la vita dei cittadini e delle imprese che non sapranno più chi li amministra. Il Parlamento e il Governo – ha aggiunto Saitta – si stanno prendendo la responsabilità di negare servizi essenziali: loro, che hanno tagliato risorse alle Province per un pregiudizio politico, sono responsabili delle strade sempre più dissestate e di scuole a rischio riapertura perché insicure. E siccome si continua a fare passare questa mediocre e inutile riforma come una grande rivoluzione, renderemo pubbliche le lettere che invieremo ai Parlamentari in cui metteremo nero su bianco, tutte le incongruenze di questo disegno di legge, che avrà come unico risultato l’interruzione di servizi pubblici essenziali cui i cittadini hanno diritto, a partire dalle scuole”.
“Il rapporto di Legambiente sullo stato delle scuole italiane conferma l’allarme che ormai da due anni abbiamo lanciato, inascoltati” Lo dichiara il Presidente dell’Upi Antonio Saitta, sottolineando che “se le scuole italiane sono in questa condizione e’ perche’ negli ultimi 10 anni i governi non hanno investito 1 solo euro per la messa in sicurezza. Il Ministro Carrozza ci ha provato, ma i 150 milioni di euro che e’ riuscita a destinare a questi investimenti non possono essere considerati che un segnale. Per questo avevamo chiesto ripetutamente a Governo di riservare quel poco di spazio di patto di stabilita’ che e’ stato concesso alle Province e ai Comuni nella Legge di stabilita’ per consentirci di usare le risorse bloccate nelle casse esclusivamente per la messa in sicurezza delle scuole, ma il Parlamento ha scelto di non considerare prioritari questi interventi. La situazione e’ grave, ma si aggravera’ ancora nel prossimo anno perche’, nella furia mediatica abolizionista sulle Province, sta passando inosservata una questione che sembra solo un tecnicismo, ma invece avra’ un forte impatto sulla vita dei cittadini: il passaggio della gestione degli oltre 5000 edifici scolastici da 107 Province a piu’ di 1300 Comuni, con la moltiplicazione dei centri di spesa e l’aumento dei costi per investimenti di manutenzione, messa in sicurezza e costruzione di nuove scuole. Secondo i nostri calcoli si tratta di almeno 650 milioni di euro in piu’ a partire dal prossimo anno scolastico, soldi che, considerato il blocco degli investimenti e i tagli continui agli enti locali, si ridurranno i risorse sottratte alle scuole. Ma questo si tiene rigorosamente sotto silenzio”.
“Mentre la politica continua a discettare di improbabili risparmi dalla riforma delle Province, i bilanci di questi enti per il 2014, sommando 1,2 miliardi di taglio e 1,780 miliardi di patto di stabilità saranno ridotti per quasi 3 miliardi. Qui non c’è nessun intento riformatore: si stanno chiudendo servizi essenziali e si stanno privando i cittadini di diritti inalienabili, dal diritto a vivere in scuole sicure a quello di avere strade agibili”. Lo dichiara il Presidente dell’Upi, Antonio Saitta evidenziando che “le tanto vituperate Province grazie alle scelte responsabili degli amministratori eletti, nel 2013 hanno ridotto la loro spesa corrente del – 10%. Lo stesso non è accaduto alle altre istituzioni locali, come emerge con chiarezza dai dati riportati dal Siope del Ministero dell’Economia, dove risulta che, mentre negli ultimi tre anni le Province hanno risparmiato il 13% della spesa corrente, i Comuni si sono fermati all’ 1%. Proprio questi Comuni, se la riforma del Governo andrà in porto, avranno dal prossimo anno il compito di garantire la sicurezza e la manutenzione di oltre 5000 edifici scolastici, mentre ai sindaci e ai consiglieri comunali nominati nelle Province spetterà di dividere il bilanci per assicurare la sicurezza di oltre di 130 mila chilometri di strade. Con 1,2 miliardi di tagli e con i blocco degli investimenti dovuto ad un obiettivo di patto di oltre 1,7 miliardi – conclude Saitta – quello che si chiuderà non sono le Province ma i servizi essenziali per i cittadini. Chiediamo al Parlamento, che sta in queste ore discutendo del decreto legge sugli enti locali, di preoccuparsi anche di questi servizi, riducendo il taglio di 1,2 miliardi ai bilanci delle Province e inserendo norme che permettano l’esclusione dal patto di stabilità degli investimenti in opere per la sicurezza dei cittadini”.
Roma, 9 gennaio 2013
Al fine di fronteggiare il delicato momento congiunturale, la Provincia di Barletta-Andria-Trani ha elaborato il Progetto ProvinciAmica.
“Oltre 20 Città metropolitane, 107 Province, 370 Unioni dei Comuni, 20 Regioni , più di 1.400 Comuni ad occuparsi dei servizi che oggi erogano 107 Province . Ma soprattutto, nuove agenzie regionali che si aggiungeranno alle 3.127 di cui il Governo e il Parlamento continuano a non volersi occupare. Questa sarebbe la semplificazione tanto sbandierata? L’unica ‘semplificazione’ è la cancellazione della democrazia, del diritto di votare liberamente chi amministra i territori”. Lo dichiara il Presidente dell’Upi, Antonio Saitta, commentando la votazione alla Camera dei Deputati del Disegno di Legge sulle Province e le Città metropolitane.
“Il Parlamento ha deciso di seguire il Governo, nonostante l’allarme sull’aumento certo della spesa pubblica lanciato dalla Corte dei Conti, e quello del Servizio Bilancio della Camera sulla mancanza di coperture e il rischio di non rispettare il pareggio di bilancio. Nonostante tutti, Governo e Parlamento compreso, sappiano che il provvedimento nono solo non produrrà risparmi, ma porterà da un aumento certo della spesa pubblica e all’ennesimo prolificare di enti strumentali e agenzie regionali. Perché i Comuni non sono in grado di gestire le funzioni di area vasta e le Regioni non sono enti di amministrazione: per erogare i servizi apriranno ennesime nuove agenzie, quelle su cui la Corte dei Conti ha lanciato già diversi allarmi, definendole “una fonte di perdite”. Oggi, secondo il Ministero dello Sviluppo economico che li ha censite, ce ne sono già 3.127, e sono costate nel 2012 oltre 7 miliardi 400 milioni di euro. Ma di questi organismi inutili, il Governo e Parlamento continuano a non volersi occupare, perché sono la zona grigia del potere.
“Questo varato dalla Camera dei deputati – aggiunge Saitta – è un provvedimento pieno di incongruenze con norme che getteranno nel caos il Paese. Il solo articolo 15, quello che di fatto spezzetta le funzioni oggi assegnate alle Province in mille rivoli, prevede una serie di adempimenti, tra decreti attuativi, accordi, leggi regionali, per cui nella migliore delle ipotesi, a quasi 2 anni dall’entrata in vigore della legge ancora non saranno stati assegnati ai nuovi enti le funzioni, il personale, le risorse , il patrimonio. Ma la confusione è riscontrabile in tutto il testo: le oltre 20 Città metropolitane, la cui individuazione è stata fatta senza seguire alcun criterio reale, potranno decollare non prima del gennaio 2015. I Sindaci nominati presidenti di Provincia resteranno in carica 4 anni, anche se nel frattempo non saranno più sindaci, ma i loro consigli dureranno 2 anni: quindi non ci sarà alcun legame tra i due organismi. I bilanci degli enti saranno votati dal Consiglio, solo se un terzo dei comuni dell’assemblea avranno dato il consenso. Province e Città metropolitane potranno continuare a coesistere. Qualcuno ci spieghi dov’è la tanto sbandierata semplificazione che questo provvedimento introdurrebbe. Il Senato – conclude Saitta – si troverà ad avere la grande responsabilità di porre rimedio a questo pasticcio: ci auguriamo che abbia la determinazione necessaria ad affrontare con serietà e lontano dalle campagne mediatiche questo compito”.
“Questo ennesimo obbrobrio incostituzionale e antidemocratico è il risultato della smania di successo nella stagione della demagogia”. E’ il commento del Vice Presidente nazionale dell’Unione Province d’Italia e Presidente dell’Unione Province Abruzzesi, Enrico Di Giuseppantonio, all’approvazione della Legge di Stabilità contenente le norme che prevedono lo svuotamento delle Province e il commissariamento di questi Enti: “Invece di semplificare i problemi li moltiplica, invece di ridurre le spese le aumenta”.
“Un atto che ci aspettavamo dopo i continui annunci – prosegue il Presidente Di Giuseppantonio – ma di certo si pasticcia ancora di più perché non c’è una linea di coerenza con quanto è stato affermato: si parlava di abolizione e invece ci si è limitati a uno svuotamento che creerà solo tanta confusione, disorienterà il cittadino e i disagi aumenteranno. Insomma, si fanno ancora tante chiacchiere a vuoto”.
“Oltre 20 città metropolitane, 107 Province, 370 Unioni di Comuni, 20 Regioni, oltre 1.400 Comuni e 3.127 agenzie regionali attualmente esistenti, alle quali si aggiungeranno le nuove: ecco l’esercito messo in piedi dai paladini della semplificazione per l’erogazione dei servizi attualmente in capo a 107 Province. Noi non vogliamo questa Italia – sottolinea il Presidente Di Giuseppantonio – Siamo per una riforma ma che sia studiata e concertata, siamo disposti al dimezzamento dei nostri Enti ma non si può prescindere dalla riorganizzazione degli uffici periferici dello Stato, di cui non parla nessuno”.
“Soprattutto – prosegue il Presidente Di Giuseppantonio – siamo per un’Italia su misura delle esigenze dei cittadini: secondo un recentissimo sondaggio di Mannheimer l’80% degli italiani vuole la riduzione del numero e delle indennità dei parlamentari, il 70% chiede il taglio di numero e indennità dei consiglieri regionali, il 60% ritiene prioritario intervenire sugli stipendi dei manager delle aziende statali e il 50% vuole il taglio delle società statali e parastatali. Solo il 15% crede sia necessario abolire le Province, che sono presenti in 19 Stati Europei su 28. Peraltro proprio in Europa abbiamo siglato la Carta Europea delle Autonomie che prevede l’esistenza degli Enti Locali e dell’elezione diretta. Ma se la legge istituisce oltre 20 città metropolitane mentre a livello europeo ce ne sono solo 18, di cosa stiamo parlando? Di quale Europa vogliamo fare parte?”.
“Delrio cerca di accreditare la propria tesi – prosegue il Presidente Di Giuseppantonio – con affermazioni propagandistiche e di facile presa, come se non contasse minimamente il parere della Corte dei Conti, che stabilisce che le Province sono gli enti più virtuosi nel sistema delle autonomie. Questa riforma moltiplica esponenzialmente i centri di spesa e, fatto anch’esso di una gravità inaudita, vieterà ai cittadini di votare chi li amministrerà. Le Province si opporranno in ogni modo a questa decisione ma abbiamo anche il dovere di mettere in guardia i cittadini per quello che, ribadisco, è un obbrobrio incostituzionale che ci impedisce di scegliere con il voto libero chi ci amministrerà”.
La scadenza per l’approvazione dei bilanci preventivi degli enti locali 2014 viene rimandata al prossimo 28 febbraio, come stabilito nella Conferenza Stato-città svoltasi il 19 gennaio
Il 72% dei cittadini si sentono orgogliosi della loro provincia e solo il 4% degli italiani ritiene prioritario abolire le Province. E’ quanto emerge da una indagine sugli italiani realizzata dal centro studi dell’Ispo presentata oggi a Milano dal Prof. Renato Mannheimer, dal Presidente dell’Upi Antonio Saitta e dall’Assessore alle riforme istituzionali della Provincia di Milano, Franco De Angelis. Secondo lo studio, per l’81% degli italiani la riforma piu’ urgente per tagliare la spesa pubblica e’ ridurre le indennita’ dei parlamentari italiani. Secondo lo studio Ispo, l’attaccamento alle Province e’ un sentimento radicato, riscontrato in ogni rilevazione dal 2003 ad oggi, nonostante le pesanti campagne demagogiche contro questa istituzione. “La spesa pubblica – ha evidenziato il Prof. Mannheimer – viene vista dai cittadini come spesa politica”. Infatti alla domanda ‘quali riforme servirebbero per ridurre la spesa pubblica’, 8 cittadini su 10 rispondono la riduzione del numero e delle indennita’ dei parlamentari, 7 su 10 il taglio del numero e delle indennita’ dei consiglieri regionali, 6 su 10 la riduzione degli stipendi dei manager delle aziende statali o partecipate, 5 su 10 il taglio dei costi di enti e organismi intermedi. La riforma delle Province e’ considerata prioritaria solo dal 16% dei cittadini che si dichiarano elettori del PD, dal 15% dei cittadini che si dichiarano elettori di FI e dal 17% dei cittadini che si dichiarano elettori del Movimento 5 Stelle.
“Questa ricerca – sottolinea il Presidente Saitta – dimostra che, contrariamente a quanto si continua a dire, non sono affatto i cittadini a volere l’abolizione delle Province, che, anzi, sanno benissimo essere una riforma per nulla prioritaria. L’accanimento contro le Province e’ solo la risposta di una politica debole che, non volendo ascoltare le reali richieste del Paese, cerca di autoassolversi perche’ non e’ in grado di autoriformarsi. Ma il vero dramma e’ che per inseguire slogan che non sono nemmeno condivisi dai loro elettori, i politici stanno tagliando tutte le risorse delle Province destinate ai servizi essenziali. Quando le scuole resteranno chiuse e le strade non saranno piu’ curate, i cittadini andranno a protestare sotto il Parlamento. Allora sara’ chiara la totale mancanza di visione di futuro di una riforma sbagliata che sostenendo di volere svuotare le Province, in realta’ non fa altro che cancellare servizi essenziali”.
In allegato, la ricerca dell’Ispo.
Presentato a Pordenone il sondaggio della Cgia di Mestre sulle Province del Friuli Venezia Giulia, commissionato dall’Upi e svolto a novembre con indagini telefoniche su un campione di 2300 cittadini della regione.
I risultati – Il 58 per cento dice si all’eliminazione delle Province ma questa percentuale crolla al 43 per cento se si chiede di abolire anche la propria Provincia e precipita addirittura al 38 per cento se si chiede di abolirle tutte o solo quelle inefficienti. Risultati controversi e meno scontati del previsto tanto che l’indagine (illustrata da Catia Ventura del centro studi Sintesi della Cgia) conclude che in caso di referendum regionale l’esito sarebbe incerto. «Il sondaggio – ha commentato il direttore della Cgia, Giuseppe Bortolussi – ha restituito l’idea che finchè si parla in astratto di abolire le Province sono tutti d’accordo perchè contro di esse c’è stata una massiccia campagna mediatica, ma quando si scende nel concreto tutti vorrebbero abolire le altre Province e non la propria». L’indagine ha anche evidenziato che i le competenze delle Province sono ampiamente conosciute e solo il 5% le ritiene fonte di sprechi contro il 59 per cento attribuito al Parlamento. Tra i meno favorevoli all’eliminazione delle Province, inoltre, ci sono le donne e i giovani.
Cgia: Province capro espiatorio, sprechi altrove – «L’abolizione delle Province è un capro espiatorio – ha argomentato Bortolussi – un grandissimo alibi della mala politica, dei ministeri e dei burocrati. Le Province non sono il centro di spreco in Italia. Sono ben altri. Per questa ragione è sospetto questo attacco condotto senza dati e numeri, questo carosello mediatico che ha portato la gente a credere che il problema siano le Province. Eliminandole non ci saranno risparmi, aumenteranno i disagi e il conto lo pagheranno i cittadini che rimarranno orfani del fondamentale ruolo secolare delle Province di coordinamento tra i Comuni».
Upi: Studi e dati ci danno ragione – A supportare con numeri la tesi che i centri di spreco sono altri è stato Piero Antonelli, direttore Unione Province d’Italia. «La spesa pubblica italiana nel 2012 – ha rimarcato – è stata di 801 miliardi di euro e le Province hanno inciso solo per 1,2 miliardi. Del resto a dire che la riforma delle Province del Ministro Delrio (quella varata dal Governo centrale, ndr) è foriera di aumento della spesa pubblica e di disservizi per i cittadini sono all’unisono Corte dei conti, Università Bocconi, Censis e persino il servizio bilancio della Camera».
Provincia di Pordenone: Nostri servizi apprezzati – Nel sondaggio anche un focus sulla Provincia di Pordenone con «risultati lusinghieri – ha commentato il presidente Alessandro Ciriani – su questa Amministrazione e i suoi servizi visto che l’82 per cento dei cittadini si è dichiarato soddisfatto. Ciò accade perchè manteniamo rapporti diretti e quotidiani con la comunità.
Da un lato – ha attaccato – si colpiscono enti virtuosi con i conti in ordine e servizi efficienti, dall’altro non si fanno le vere riforme che diminuiscono la spesa pubblica e cioè quelle che riguardano Ministeri, Parlamento e Regioni. Trasferendo le competenze delle Province al mostro-Regione – ha aggiunto – si crea un neocentralismo regionale che comporterà l’ impoverimento del territorio». Ma per Ciriani «c’è anche un aspetto identitario da non sottovalutare perchè la Provincia di Pordenone è stato il frutto della volontà di tutta la comunità, non solo un mero processo amministrativo».
In allegato il sondaggio e una sintesi con i dati più significativi
“Verrebbe da dire, continuiamo così facciamoci del male: con le riforme istituzionali, che dovrebbero servire a fare ripartire il Paese, il Parlamento ha deciso di fare dell’Italia il fanalino di coda dell’Europa. Ma come si può pensare di fare nascere in Italia 18 Città metropolitane, di cui 6 concentrate in due Regioni, quando in tutta Europa le Città metropolitane non arrivano a 20? Vuol dire annacquare qualunque possibilità di assicurare alle vere aree metropolitane gli strumenti necessari per amministrare al meglio”. Lo dichiara il Presidente dell’Upi Antonio Saitta, a proposito degli emendamenti al Disegno di Legge cosiddetto “Delrio” depositati dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera, che porta il numero delle Città metropolitane italiane da 10 a 18, consentendo di cambiare veste alle aree le cui Province abbiano più di 1 milione di abitanti (Bergamo con 1 milione e 94 mila; Salerno con 1 milione e 93 mila e Brescia con 1 milione e 246 mila) e a quelle delle Regioni a Statuto Speciale (sicuramente Palermo, Messina e Catania e potenzialmente anche Cagliari e Trieste).
“Il problema vero come abbiamo detto fin dall’inizio – aggiunge Saitta – è che per definire quali fossero le aree realmente destinate a diventare metropolitane non si scelto alcun criterio, come se si potesse lasciare al caso una decisione così importante e non fosse importante invece considerare le peculiarità socio-economiche e produttive di ogni territorio. Così il Governo ha ritenuto che fossero uguali Milano , con 3.075 milioni di abitanti e Reggio Calabria, che ne ha 550 mila; Torino con 315 Comuni e Bologna che ne ha 60 comuni; Napoli, con 2.609 abitanti per chilometro quadrato e Venezia che di abitanti per chilometro quadrato ne ha appena 344; Genova, con i suoi 1.838 chilometri quadrati di territorio, con Firenze che arriva a 3.514 chilometri; Bari, che ha il 44% degli abitanti nella cintura, e Roma, che ha il 70% degli abitanti concentrati nella città. Adesso, siccome evidentemente si sono accorti che delle 10 scelte al massimo 3 possono davvero essere considerate Città metropolitane, per non scontentare nessuno invece di rivedere l’elenco e restringere la lista, hanno deciso di ampliarla. Verrebbe da dire, e allora perché non tutte e 107?”.
In Europa le Città metropolitane per ogni Stato si contano sulle dita di una mano: in Francia sono la Grande Parigi e la Grande Lione, poi ci sono le grandi unioni di Comuni, come Marsiglia; in Inghilterra solo Londra è città metropolitana, come in Austria c’è solo Vienna; in Olanda lo sono Amsterdam e Rotterdam; in Spagna sono 2 Barcellona e Madrid; in Germania, lo Stato che ne ha di più, sono 5: Berlino e Amburgo, che però sono Città –Stato, e Monaco, Stoccarda e Francoforte
“Ma con questa legge – conclude Saitta – non si doveva semplificare il sistema di amministrazione locale? Ed invece a fare quello che oggi fanno le 107 Province saranno: 18 Città metropolitane, 107 Province di secondo livello, oltre 8000 comuni, 370 Unioni di Comuni, 20 Regioni, oltre 450 Società ed agenzie regionali. Un modo perfetto per non fare capire più nulla ai cittadini”.
In allegato, il nuovo numero della rivista on line dell’Upi Le Province