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Interviste ai Presidenti Ria, Colli, Moffa e Bresso

Un servizio speciale di Parlamento In, il programma di approfondimento politico in onda su Rete 4, sarà dedicato all’Assemblea Generale delle Province Italiane.

Il servizio, che andrà in onda su Rete 4 sabato 13 dicembre intorno alle ore 23,00, e in replica su Canale 5 domenica 14, dopo il Tg della notte, riporta le interviste del Presidente dell’Upi e Presidente della Provincia di Lecce, Lorenzo Ria, della Presidente della Provincia di Milano, Ombretta Colli, del Vicepresidente dell’Upi e consigliere della Provincia di Roma, Silvano Moffa, della Presidente della Provincia di Torino, Mercedes Bresso.

Il Governo rispetti gli impegni

L’ incremento, anche per le Province, dei trasferimenti derivanti dall’ applicazione del tasso di inflazione programmata; allentamento dei vincoli del patto di stabilità interno relativamente ai contributi finalizzati; deroga al blocco delle assunzioni del personale di vigilanza provinciale.


“Impegni – dichiara il Presidente dell’Upi Lorenzo Ria – che il Governo aveva preso nella scorsa riunione della Conferenza Unificata, e che sono rimasti disattesi dopo l’approvazione della finanziaria in commissione bilancio.

Ci aspettiamo – prosegue Ria – che il Governo, impegnato in queste ore nella definizione dei maxi emendamenti su cui porre la fiducia, recuperi questa gravissima mancanza. 

 D’ altronde – conclude Ria – lo stesso relatore Blasi, nella discussione in aula, ha sottolineato la necessità di valutare se apportare correzioni con particolare riferimento alle esigenze delle Province. Chiediamo di trasformare le parole in fatti.

L’intervista al Ministro per gli Affari Regionali, Enrico La Loggia.

Signor Ministro, le Province hanno definito quella del Governo una riforma centralista. Come risponde?

Il progetto di riforme varato all’unanimità dal Governo rappresenta il primo tentativo serio di modificare complessivamente ed in profondità un assetto costituzionale che incominciava a mostrare evidenti caratteristiche di farraginosità e lentezza. Quante volte tutti, indistintamente, ci lamentiamo del fatto che, ad esempio, le Camere hanno eguali competenze e poteri, con una conseguente duplicazione del lavoro? Quante volte scontiamo le difficoltà derivanti dal fatto che il Governo, ed in particolare il Presidente del Consiglio, non hanno un’adeguata capacità di rispondere prontamente alle esigenze della società perché l’esecutivo non ha gli strumenti adatti per corrispondere a questa esigenza? Quante volte, infine, ascoltiamo le lamentele dei cittadini perché non riescono a capire quale sia il giusto interlocutore al quale rivolgersi per il riconoscimento di un diritto o il soddisfacimento di un’esigenza? Ecco, con queste riforme cercheremo di dare risposte a queste domande. E lo faremo in una logica che è tutt’altro che centralista, ma al contrario di corresponsabilizzazione di tutti i livelli istituzionali della Repubblica nelle scelte che riguardano i cittadini.
 
Le Province hanno presentato alcune proposte, come l’istituzione di un Senato federale misto e l’accesso diretto degli Enti locali alla Corte costituzionale. Perché non sono state accolte dal Governo? Come le giudica lei?

Il Governo aveva l’esigenza di varare il disegno di legge ed avviare il suo iter parlamentare al fine di poter vedere in vigore la riforma costituzionale entro la fine della Legislatura, come ci siamo impegnati a fare. Ogni ulteriore ritardo, in questa fase, avrebbe compromesso tutto il percorso. Detto questo, e proprio perché il suddetto percorso è abbastanza lungo, ritengo che ci sia tutto il tempo per aggiustamenti e miglioramenti del disegno di legge, che non riteniamo affatto blindato. E non è da escludere che qualche modifica possa riguardare la composizione del Senato federale e della Corte costituzionale. L’importante è che l’impianto complessivo del progetto di riforma non venga intaccato.
 
Il metodo della concertazione è uno strumento ancora valido? Non Le sembra che al dialogo fra le Istituzioni su temi così importanti, come la riforma costituzionale e la lege finanziaria, sia stato assegnato un ruolo decisamente marginale?

Non mi pare che le cose stiano così. Al contrario, il confronto fra Governo, Regioni ed Istituzioni locali su questi argomenti è sempre aperto, nello spirito dell’Intesa interistituzionale sottoscritta a Palazzo Chigi nel giugno dello scorso anno. Sulla riforma costituzionale ho già espresso il mio pensiero. Per quanto riguarda la Finanziaria, il Ministro Tremonti – pur nelle difficoltà complessive derivanti da una contingenza economica non fra le più favorevoli a livello internazionale – ha già accolto alcune indicazioni provenienti dal sistema delle Autonomie e non è da escludere che ulteriori suggerimenti possano essere fatti propri dal Governo di qui all’approvazione definitiva della legge.
 
 

EMENDAMENTI UPI AL DISEGNO DI LEGGE FINANZIARIA 2004

EMENDAMENTI MINIMI SU

DISEGNO DI LEGGE FINANZIARIA 2004 (AC 4489)

“DISPOSIZIONI PER LA FORMAZIONE DEL BILANCIO ANNUALE E PLURIENNALE DELLO STATO

 


1. PATTO DI STABILITA’

Il disegno di legge non interviene sulle norme relative al patto di stabilità interno già previste dalla legge finanziaria 2003, il cui meccanismo viene così confermato.
Le proposte di modifica che  Anci e Upi hanno formulato in più occasioni al Governo, erano dirette ad attenuare l’impatto finanziario del patto sugli enti locali. Allo stesso tempo evidenziavano una situazione di forte sofferenza di Comuni e Province rispetto agli obiettivi previsti per il  2003 anche alla luce delle sanzioni già previste dalla finanziaria vigente che comportano, in caso di sforamento, un “commissariamento” degli enti. Va infatti sottolineato che già molti enti hanno fatto presente le reali possibilità di essere fuori, già da quest’anno, dai vincoli imposti, con l’ovvia conseguenza di subire le sanzioni previste (riduzione del 10% della spesa per acquisto di beni e servizi, blocco totale delle assunzioni e impossibilità di indebitamento per investimenti), cosa che condurrà inevitabilmente a non poter rientrare nei limiti neanche per il 2004, nonostante la possibilità prevista all’art.10, co.5 del disegno di legge finanziaria, che consente agli enti locali di non calcolare i maggiori oneri di personale derivante dal rinnovo contrattuale del biennio 2002-2003 (5,66%).

È necessario, fin dal 2003, consentire l’esclusione delle spese sostenute a fronte di contributi finalizzati ricevuti da altri enti assoggettati al patto; è altresì necessario eliminare anche la sanzione relativa alla limitazione della spesa del 10% per beni e servizi e al ricorso all’indebitamento per investimento. Ciò anche in vista dei meccanismi previsti a partire dal 2005, che innovando il novero delle voci da includere, introduce anche le spese per investimento, determinando inevitabilmente una contrazione delle stesse.

Emendamenti specifici

All’art. 29, comma 5, lett.d) della legge n.289/02
– Dopo le parole dall’Unione Europea aggiungere le parole “e dagli altri enti che partecipano al patto di stabilità interno

– Al comma 15 sopprimere cancellare dalle parole “a qualsiasi titolo ” fino alla fine del comma.
 

2. TAGLIO DEI TRASFERIMENTI E RECUPERO TASSO DI INFLAZIONE

Il disegno di legge finanziaria per il 2004 non innova il contenuto dell’art. 24, comma 9, della legge finanziaria 2002 n. 448/01, che taglia i trasferimenti erariali del 3%. Non vi era peraltro traccia dell’incremento degli stessi del tasso di inflazione programmata
Successivamente, gli emendamenti approvati in Commissione Bilancio Camera, relativamente allo stanziamento di 180 milioni di euro, a fronte del recupero dell’inflazione vengono destinati solo ai comuni, prescindendo e modificando la normativa in vigore che prevede una distribuzione a tutti gli enti locali e non solo ai comuni. Si ritiene inaccettabile una simile previsione , e si chiede che vengano incluse anche le Province tra i destinatari dell’incremento di risorse.

Riformulazione comma 1 emendamento 10.0206

“1. I trasferimenti erariali per l’anno 2004 di ogni singolo ente locale sono determinati in base alle disposizioni recate dall’articolo 31, comma 1, della legge 217 dicembre 2002, n.289. per l’anno 2004, l’incremento delle risorse, pari a 180 milioni di euro, derivante dall’applicazione del tasso programmato di inflazione alla base di calcolo definita dall’articolo 49, comma 6, della legge 27 dicembre 1997, n.449, è distribuito secondo i criteri e per le finalità di cui all’art. 31, comma 11, della legge 23 dicembre 1998, n.448.”

 

3. REGIME DELLE ASSUNZIONI E POLIZIA PROVINCIALE

L’art. 15 del disegno di legge finanziaria conferma sostanzialmente regime delle assunzioni già previsto per il 2003, ivi compreso il blocco totale per gli enti non virtuosi nell’anno 2003.

È necessario che tale divieto cada per il 2004, perché non mette gli enti  nelle condizioni di poter operare in maniera efficace e funzionale, ciò anche in virtù della loro autonomia finanziaria e organizzativa.

Emendamento specifico

All’art. 15 del disegno di legge, sopprimere il comma 6 .

In subordine va riconosciuta la possibilità di derogare ai limiti suddetti per il personale dei corpi e dei servizi dei polizia locale, in virtù delle accresciute funzioni e competenze provinciali in materia di viabilità e sicurezza stradale.

Emendamento specifico

All’art. 15 del disegno di legge, al comma 6, dopo le parole “del servizio sanitario nazionale” inserire le parole “e dei corpi di polizia locale “,



4. POTENZIAMENTO CENTRI PER L’IMPIEGO

Il disegno di legge finanziaria per il 2004 non contiene misure ad hoc per il potenziamento dei centri per l’impiego. Giova ricordare che, a decorrere dall’anno 2001, sono stati stanziati annualmente 51 milioni di euro: appare ora quanto mai opportuno, proprio in virtù della liberalizzazione del mercato del lavoro operata dalla c.d. “riforma Biagi”, sostenere e contribuire alla implementazione dei centri per l’impiego provinciali.

Emendamento specifico

2.2.3.3 Cap. 4171 – Occupazione  51 milioni  per anno  2004


5. PIANO STRAORDINARIO PER LA MESSA IN SICUREZZA DEGLI EDIFICI SCOLASTICI

L’art. 18, comma 4 stanzia per il piano straordinario di messa in sicurezza degli edifici scolastici, già previsto dal comma 21, art. 80 della legge finanziaria 2003, come parte integrante del  programma di infrastrutture strategiche, un importo non inferiore al 10% delle risorse stanziate dalla l.n.166/02, recante disposizioni in materia di infrastrutture e trasporti: tale legge ha previsto 193 mil di euro per il 2002, 160 milioni per il 2003 e 109 per il 2004.

Tale stanziamento va sicuramente nella direzione indicata da tempo dall’UPI, relativamente alla situazione di sofferenza di gran parte degli edifici adibiti ad uso scolastico.
Va comunque definito ancora l’ammontare complessivo cui riferire la quota minima del 10%: non è chiaro se si riferisce al triennale stanziato per il 2002-2004 e ai fondi eventualmente non utilizzati, o solo per l’annualità 2004.
Vanno inoltre esplicitate le modalità di riparto di tali risorse: è evidente la necessità di dare priorità alle indicazioni che provengono dagli enti locali e dalle Regioni.


E’ necessario dare chiare indicazioni in ordine allo stanziamento disponibile e alla annualità di riferimento, e va garantita la partecipazione degli enti locali nelle procedure di riparto .



6.PROCEDURA AGEVOLATA RISCOSSIONE CREDITI. ESTENSIONE ALLE PROVINCE

Il d.l. 209/02, convertito con modificazioni nella l.n. 265/2002 prevede la possibilità per i comuni di attivare le procedure privilegiate per il recupero coattivo dei propri crediti.

Si chiede un intervento legislativo che estenda tale possibilità anche alle Province .

Emendamento specifico

All’art.4, co.2 sexies, del d.l.209/02, dopo la parola “comuni” inserire le parole “le province



7. RIMBORSO INTERESSI OBBLIGAZIONI ENTI LOCALI

L’art. 27 della Legge 21.11.2000 –n.342 stabiliva che le ritenute (di cui all’art.1 comma 2 del Dlgs. 1.4.1996 –n.239) sugli interessi delle obbligazioni emesse dagli enti locali, sarebbero affluiti “all’entrata del bilancio dello Stato e il 50 per cento del gettito della medesima imposta che si renderebbe applicabile sull’intero ammontare degli interessi passivi del prestito è di competenza degli enti emittenti. Alla retrocessione agli enti territoriali emittenti i titoli obbligazionari della predetta quota di competenza si provvede mediante utilizzo di parte delle entrate affluite al bilancio dello Stato e riassegnate, con decreto del Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica, allo stato di previsione del Ministero dell’interno”.

I relativi versamenti non sono mai stati effettuati.

Incremento dei trasferimenti

“E’ inaccettabile che la Commissione Bilancio stravolga la manovra finanziaria, approvando un emendamento che prevede per i soli Comuni, e non anche per le Province, l’incremento dei trasferimenti derivanti dall’applicazione del tasso di inflazione programmata”.

Lo ha detto il Presidente dell’Upi, Lorenzo Ria, commentando la modifica avvenuta ieri nella Commissione Bilancio alla Camera dei Deputati, aggiungendo che “E’ un grave errore sia in termini di principio che di merito, perché va contro il rispetto di una norma fino ad oggi vigente, che prevede come destinatario di questo intervento l’intero sistema delle autonomie locali.
Al Governo – ha detto Ria – chiediamo di rispettare gli impegni presi con le Province in sede di Conferenza Unificata, dall’allentamento dei vincoli e delle sanzioni del patto di stabilità interno alla possibilità di assunzioni di personale per le funzioni di polizia provinciale. Al Parlamento, ed in particolare alla Commissione Bilancio della Camera e al relatore Blasi, chiediamo di correggere quanto prima questa gravissima stortura normativa e di modificare l’emendamento sul tasso di inflazione,  riportandolo alla sua versione originale e destinando l’intervento, come norma e buon senso vuole, a tutti gli Enti locali, Comuni e Province”.

Assemblea: intervento del Pres. Musotto

“La Provincia è il primo ambito territoriale nel quale è fondamentale la concertazione fra vari soggetti, dove quotidianamente disegnare lo sviluppo del territorio passa attraverso il dialogo fra Comuni, imprese, cittadini alla ricerca di obbiettivi comuni e azioni di intervento coordinate. Per questo oggi la Provincia è un vero laboratorio per moderne strategie di sviluppo che nascono dal basso, dalle vocazioni territoriali, invece di essere imposte dall’alto”.
Lo affermato il presidente della Provincia di Palermo, Francesco Musotto intervenendo ai lavori dell’Assemblea Generale delle Province Italiane, organizzata a Roma dall’Unione Province d’Italia. Musotto ha partecipato alla tavola rotonda “La Provincia dei cittadini per lo sviluppo del Paese”, coordinata da Bruno Vespa. Con Musotto sono intervenuti Giancarlo Elia Valori (Confindustria Lazio), Sergio Billè (Confcommercio), Paolo Nerozzi (Cgil), Carlo Sangalli (Unioncamere) e Gino Nunes, presidente della Provincia di Pisa. Al centro del dibattito lo studio dell’Ispo di Renato Mannheimer, presentato prima della tavola rotonda, sull’immagine che le Province hanno conquistato nell’opinione dei cittadini.
“La forte fiducia nell’istituzione Provincia – ha sottolineato Musotto – che emerge dall’indagine di Mannheimer, dimostra che il ruolo di coordinamento sovracomunale di questo Ente viene sempre più avvertito dalla gente. Ci conforta, tra l’altro, vedere che le priorità che ci indicano i cittadini sono le stesse che noi ci poniamo: tutela dell’ambiente, valorizzazione delle risorse idriche e energetiche, viabilità, trasporti e scuola”.
“Anche nella complessa architettura dell’Unione Europea – ha aggiunto Musotto – il ruolo di programmazione e coordinamento della Provincia acquista una grande importanza per consentire alle imprese e agli altri soggetti pubblici e privati che operano nel territorio di modulare le loro azioni in modo da potere essere inserite nei piani di sviluppo disegnati a Bruxelles. Solo in questo modo si riesce a intercettare la totalità dei fondi comunitari e ad utilizzarli per investimenti che creano un reale effetto moltiplicatore nel nostro tessuto economico”.   

L’intervento del Presidente Uncem Enrico Borghi

Il punto di partenza, le priorità alla base delle politiche che andranno a governare il Sistema Paese, è chiarirsi sul concetto di federalismo, su cui mi pare invece gravi una forte confusione.

 

Nell’attesa di definire quale debba essere la divisione delle competenze fra Comuni, Province, Regioni e Stato, permangono gli interrogativi sul “come”, su come il sistema sia in grado di sciogliere le questioni centrali, su come costruire un’architettura di poteri ben distribuita tra centro e periferia senza dar vita ad un ginepraio di poteri in perenne conflitto tra loro sulle attribuzioni di competenze. Il rischio è lo stallo dei sistema. Se la battaglia Legnano viene spesso citata per spiegare la specificità del nostro Paese, non vorrei che si ripresentassero, alla fine del percorso che porta dal centro alle periferia, le condizioni che determinarono la sconfitta del localismo comunale schiacciato da Impero e Papato a causa delle intrinseche divisioni interne.

L’intervento del Sottosegretario agli Affari Regionali Alberto Gagliardi

La sicurezza è una delle questioni più delicate, ma anche una delle più importanti. Il grande sforzo delle Province in questi anni è stato incentrato sulla sicurezza di alcuni ambiti, come le strade, le scuole, l’ambiente, i rifiuti.

 

Proprio il nuovo codice della strada ha aggiunto, ultimamente, ulteriori compiti in campo di sicurezza con la polizia provinciale. Intorno alle Province se fino a ieri c’è stata sempre un po’ di confusione ora, come ha evidenziato bene anche la vostra richiesta, sono tornate a riacquistare riferimento tra i cittadini.

Assemblea generale: intervento di Donato Robilotta

L’assemblea dell’UPI si tiene in un momento importante, mentre si sta affrontando un’altra riforma federalista dello Stato, dopo quella del titolo V.

Le Regioni e le Autonomie locali devono avere un ruolo di primo piano nell’elaborazione di questa riforma. Al contrario da parte del Governo e della maggioranza parlamentare non si tiene conto di questa necessità.

Anche se condividiamo l’obiettivo di completare il percorso di riforme costituzionali, occorre che la riforma già presentata in Parlamento sia cambiata, soprattutto per quel che riguarda il Senato federale e l’art. 119 della Costituzione. Occorre affrontare infatti seriamente la questione delle risorse e del federalismo fiscale, perché altrimenti il federalismo rischia di diventare una scatola vuota.

Il federalismo significa dare maggiore responsabilità alle Regioni, alle Province, ai Comuni e alle Comunità montane. La parola chiave del federalismo è infatti la responsabilità degli amministratori e dei diversi livelli di governo. Occorre evitare di duplicare le competenze e i centri di spesa.

Per questo è giusto dire no all’istituzione di nuove Province perché esse comportano ulteriori spese in un periodo in cui tutti devono essere attenti alla gestione delle risorse.
Oggi le Province hanno assunto un ruolo importante. Non siamo più agli anni in cui venivano considerate enti inutili. Anche nel dibattito sulle città metropolitane che si sta avviando con l’Anci credo che le  Province debbano avere un ruolo di primo piano.

Assemblea generale: intervento di Alberto Gagliardi

La sicurezza è una delle questioni più delicate, ma anche una delle più importanti. Il grande sforzo delle Province in questi anni è stato incentrato sulla sicurezza di alcuni ambiti, come le strade, le scuole, l’ambiente, i rifiuti.

Proprio il nuovo codice della strada ha aggiunto, ultimamente, ulteriori compiti in campo di sicurezza con la polizia provinciale. Intorno alle Province se fino a ieri c’è stata sempre un po’ di confusione ora, come ha evidenziato bene anche la vostra richiesta, sono tornate a riacquistare riferimento tra i cittadini.

Assemblea generale: intervento di Marcello Pera

La Provincia e le riforme

Questa Assemblea dell’Upi trova il Parlamento, soprattutto il Senato, impegnato in un processo di revisione costituzionale, che è certamente di rilievo per le Province e per tutte le autonomie locali. Lo trova anche, il Parlamento, impegnato nella discussione della legge Finanziaria. Mi soffermo sul primo punto.

Il punto di partenza è la c.d. riforma federale del titolo V Cost. (la legge Cost. 3/2001).
Alcuni difetti sono stati diffusamente riconosciuti ed esiste, a detta di tutti, una lacuna vistosa.

– La lacuna è il mancato completamento della riforma con il Senato federale, unica camera di compensazione e di chiusura del sistema delle autonomie.

– I difetti che riguardano (a) la vastità delle materie “concorrenti”, (b) la percezione che alcune di esse  starebbero meglio in capo allo Stato, e (c) l’incertezza delle divisioni per materie, che hanno chiamato la Corte a pronunciarsi e così, in qualche modo, a supplire alle carenze del Parlamento.

Ora, il Parlamento deve prendere atto di queste carenze e provvedere rapidamente. Si tratta di completare le riforme, portare a termine la transazione. Dobbiamo farlo per tante ragioni, di cui le principali sono:

– Una Costituzione incompleta è una Costituzione inefficiente;

– Una Costituzione inefficiente crea incertezze, sovrapposizioni e squilibri di e fra poteri dello Stato;

– Gli squilibri tra i poteri dello Stato vanno a danno di una democrazia efficiente;

– Un Paese con una democrazia non efficiente rispetto alle istituzioni (non rispetto alla politica, che è altra cosa) non è in grado, a differenza di altri, di prendere decisioni rapide o incisive;

– Il ritardo delle decisioni, o la loro paralisi, produce dei costi finanziari aggiuntivi.

Siamo dunque di fronte ad una “sfida per il progresso”, e questa comincia proprio dal “primo livello” di sussidiarietà, dove si collocano Comuni e Province. Qui si replicano gli stessi problemi che riguardano le regioni.

– Vi sono competenze che non possono essere ritagliate nettamente fra Comune, Province, Regione, Stato.

– Vi è l’esigenza che, anche nell’ordinamento federale, le Regioni non riproducano, rispetto agli enti locali, il centralismo dello Stato rispetto alle Regioni;

– Vi è l’esigenza che il federalismo sia sì competitivo rispetto alle politiche, ma non lo sia rispetto ai rapporti fra le istituzioni. La prima competizione è virtuosa, la seconda è perniciosa. Una Repubblica istituzionalmente a macchia di Leopardo non solo è rischiosa rispetto alla sua unitarietà, non è efficiente rispetto ai bisogni dei cittadini.

I Presidenti delle Province sono i meglio attrezzati per comprendere questi problemi, perché li vivono quotidianamente. Infatti, essendo posta al “secondo gradino” nella scala della sussidiarietà,

– Da un lato, la Provincia deve guardare a sé e verso l’alto, cioè proteggere i suoi poteri esclusivi, fare regolamenti, organizzarsi in autonomia, esercitare funzioni fondamentali definite dallo Stato;

– Dall’altro lato, la Provincia deve guardare verso il basso, assicurando il coordinamento in un ambito territoriale allargato e, quando si presenti la prima necessità, avvalendosi di poteri che si sovrappongono a quelli dei Comuni.

Passi avanti verso le riforme e una migliore definizione degli equilibri istituzionali sono stati fatti. Due sono rilevanti:

– La legge 131/2002 ha reso i nuovi articoli della Costituzione più facili da attuare e meglio comprensibili;

– La sentenza 303/2003 della Corte Costituzionale ha dato indicazioni importanti, specie laddove ha richiamato le “istanze di unificazione presenti nei più svariati contesti di vita”.

Ora tocca di nuovo al Parlamento in sede di revisione costituzionale. Il punto rilevante, naturalmente, è il Senato federale. Esiste un testo, è in discussione, è considerato aperto da coloro stessi che lo hanno presentato. Ci sarà tempo e modo di discuterlo, soprattutto quando dalla Commissione si trasferirà in Aula. Qui desidero solo accennare ad alcuni nodi che non mi sembrano ancora risolti.

– Il Senato sembra troppo debolmente federale riguardo alla elezione e composizione. L’elezione diretta su base regionale di soli senatori, per di più con il sistema proporzionale e contestualmente alle elezioni della Camera, non basta a stabilire un collegamento con gli interessi territoriali;

– Dall’altra parte, il Senato sembra troppo esageratamente federale riguardo alle sue competenze (ad esempio, più federale di quello tedesco). Le “leggi di principio” affidate alla competenza del Senato riguardano materie di rilevanza strategica per l’indirizzo politico del Governo, che, nel caso in cui al Senato fosse presente una maggioranza diversa da quella che lo sostiene (ciò che è facile prevedere che sia la regola), sarebbe esposto al rischio di vedere paralizzato il suo programma, visto che su tali leggi la decisione finale è attribuita al Senato.

– Il Governo manca di strumento di pressione sul Senato (come la posizione della questione di fiducia e la minaccia dello scioglimento anticipato)  per indurre lo stesso Senato ad approvare i provvedimenti espresisone dell’indirizzo politico governativo.

– Si parla di riportare la competenza su Bilancio e Finanziaria al Senato. Ma attribuire al Senato questa competenza significa impedire la governabilità a chi ha vinto le elezioni, negare il principio di responsabilità politica, favorire un sistema consociativo estremamente costoso. Oppure significa riportare la questione del voto di fiducia anche al
Senato, con ben poche differenze rispetto alla situazione attuale.

– E si parla anche di rivedere le previsioni dello scoglimento della Camera in capo al Primo Ministro. Neppure questo favorirebbe la responsabilità politica e quel bipolarismo che ormai è entrato nel costume politico degli Italiani. D’altro canto, sarebbe decisamente incongruo negare al Primo Ministro italiano quei poteri che hanno i suoi colleghi europei e che hanno tutti i Sindaci, i Presidenti di Provincia e di Regione. La stabilità dell’Italia non ha almeno lo stesso valore di quella del Comune di Vattelapesca o della Provincia di Vattelaccia?

Mi fermo e chiudo. Il processo di riforma è all’inizio. Io credo che le forze politiche debbano rifletterci con attenzione, confrontarsi, mostrarsi disponibili alle reciproche obiezioni. Noi abbiamo bisogno, ormai urgente bisogno, della riforma. Ma non abbiamo bisogno di una riforma, bensì di quella riforma che delinei poteri ben distinti, competenze ben chiare, e soprattutto uno Stato efficiente. Prima delle posizioni di questa o quella parte politica, viene la coerenza interna e la funzionalità complessiva del sistema. Ne va dell’Italia e della nostra democrazia.

Assemblea generale: intervento di Luciano Vandelli

La riforma del titolo V, parte II, della Costituzione ha avuto l’ambizioso obiettivo di dare un ruolo istituzionale a tutte le autonomie territoriali al di là della puntuale ripartizione delle competenze legislative e amministrative. Tale obiettivo non si può raggiungere senza una continua e sostanziale collaborazione leale tra i diversi licvelli istituzionali. Per questo occorre riprendere il cammino unitario tra le associazioni degli enti territoriali, superando lo scollamento e l’incomunicabilità. Una Repubblica fondata sull’autonomia e sul federalismo, infatti, si basa sull’interdipendenza di tutti i soggetti che la costituiscono.

Rispetto alla riforma costituzionale oggi propostta dal Governo, condividiamo l’obiettivo di superare il bicameralismo paritario. E’ però inaccettabile cambiare la denominazione del Senato in Senato federale senza rivedere la sostanza di questa Camera, che deve essere veramente rappresentativa delle autonomie territoriali. Non è cambiando le etichette che si fanno le riforme.

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