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La relazione del Presidente dell’UPI Michele de Pascale alla 36° Assemblea Nazionale delle Province italiane

Una e indivisibile: l'Italia delle Province

Assemblea Upi - Archivio, In evidenza    12/10/2023

Saluti introduttivi 

Signor Presidente, care Colleghe e Colleghi, cari ospiti, è con particolare emozione che oggi mi rivolgo a voi in questa 36° Assemblea Nazionale delle Province Italiane.

L’Assemblea annuale rappresenta sempre un’occasione importante, di forte coinvolgimento per tutti noi, Presidenti, Consiglieri e Sindaci che serviamo le nostre Province. È il momento in cui ci incontriamo per analizzare il senso di ciò che è stato fatto ma soprattutto per disegnare insieme la strada che abbiamo davanti.

Le nostre comunità, i territori che amministriamo, le richieste che ci vengono dai cittadini, dalle imprese, dal mondo dell’associazionismo, sono presenti in questo teatro con noi.

Ma quest’anno, indubbiamente abbiamo un motivo in più per essere emozionati ed orgogliosi: oggi, per la prima volta dalla fondazione dell’Associazione, abbiamo l’onore di avere con noi presente in questa sala il Presidente della Repubblica.

Signor Presidente, a Lei va tutta la nostra gratitudine.

Siamo poi particolarmente felici di essere riusciti a portare questo evento così importante a L’Aquila. Una terra che ancora porta i segni del drammatico terremoto che ha sconvolto, il 6 aprile del 2009, il centro Italia.

Nei giorni successivi a quella tragedia, l’UPI si attivò immediatamente e grazie alla solidarietà delle Province potemmo contribuire ad assicurare strutture consone a dare continuità alle attività della Provincia dell’Aquila.

Una solidarietà, che, d’altronde è un tratto caratteristico dell’Associazione e delle istituzioni e che si è mostrato in tutte le emergenze che si sono seguite; da ultimo, nell’alluvione della Romagna.

Anche in questo, le Province non sono altro che lo specchio delle nostre comunità, di una Italia solidale che nelle avversità si dimostra sempre unita.

Le Province, che storia!

Ci tenevamo davvero molto ad averLa qui con noi, perché volevamo condividere con Lei alcune riflessioni importanti che partono proprio dal titolo che abbiamo scelto per quest’anno: Le Province, che storia!

Una storia che ha inizio nel 1859, quando, ancora prima che, il 17 marzo 1861,  Re Vittorio Emanuele II firmasse il decreto che sanciva la nascita del Regno d’Italia, erano già state istituite le prime 59 Province italiane, grazie al Regio Decreto 3702, emanato dall’allora Ministro dell’Interno del Regno di Sardegna, Urbano Rattazzi.

A quel nucleo iniziale se ne aggiunsero poi negli anni le altre: così, mentre 59 Province hanno già festeggiato 150 anni di vita, proprio quest’anno le Province della Spezia e di Taranto, istituite nel 1923, celebrano i loro primi cento anni.

Nella storia del Paese, queste istituzioni hanno partecipato in prima linea, come dimostrano le undici Province che hanno ricevuto la medaglia d’oro al valore militare per la guerra di liberazione dal nazifascismo e le otto che sono state insignite della medaglia d’oro al valore civile.

L’UPI è parte essenziale di questa storia: fu istituita nell’Assemblea che si svolse il 23 e 24 marzo del 1908 nell’aula del consiglio della Provincia di Roma e venne riconosciuta ufficialmente dall’allora Primo Ministro Giovanni  Giolitti, che avviò i primi accordi per inserirne una rappresentanza nelle Commissioni di governo chiamate a studiare regolamenti sulle autonomie locali.

Sciolta dal regime fascista, l’associazione continuò ad operare in clandestinità, attraverso la pubblicazione de “La Rivista delle Province”.

Nel 1946 fu ricostituita e da allora non è mai venuta meno al proprio compito, che è quello di affermare, promuovere e valorizzare il ruolo delle Province.

Un compito, lo sappiamo bene, mai facile.

RACCONTIAMO IL PROFILO DI UNA ISTITUZIONE PROTAGONISTA DEL PAESE.

Il dibattito sulle Province è stato negli anni dominato da campagne denigratorie, che hanno seguito slogan senza soffermarsi ad analizzare la realtà che emerge dai dati e dal Paese reale.

Purtroppo, anche le leggi sulle Province sono state fatte seguendo questo percorso.

Se si analizzano i dati e si confrontano le aree provinciali e le aree metropolitane del Paese, le Province italiane sono oggettivamente tra le istituzioni più rappresentative per numero di Comuni, per popolazione, per superficie e per valore aggiunto prodotto.

Nelle 86 Province italiane ci sono 6.062 Comuni: l’82% del totale.

Il dato della superficie, poi, è eclatante: le 86 Province valgono oltre 230 mila chilometri quadrati di territorio, l’83% del territorio italiano è dunque in Provincia.

Il 62,3% delle persone che risiedono in Italia vive nelle Province.

Anche il dato sul Reddito disponibile delle famiglie consumatrici disegna una Provincia protagonista nell’economia del Paese. In Provincia c’è il 58% reddito disponibile (639 miliardi di euro).

È indubbio poi che l’Italia delle Province sia la parte più rilevante del Paese quando si fa riferimento alle aree interne, ai territori rurali più lontani dalle aree urbane fortemente sviluppate.

La storia demografica dell’Italia mostra come – accanto al costante calo dei Comuni più piccoli – a partire dagli anni Settanta, e più rapidamente in seguito, la popolazione dei Comuni più grandi diminuisca e rappresenti solo il 15% della popolazione italiana, mentre crescono i comuni medi.

Gli studi economici più recenti evidenziano come l’indebolimento delle istituzioni intermedie in Europa abbia portato ad aumentare il peso delle disuguaglianze socio-territoriali.

Se si vuole dunque ricostruire una coesione tra le aree interne e le aree più urbanizzate c’è bisogno di valorizzare quelle istituzioni, come le Province, che hanno proprio il compito di garantire uno sviluppo equo e sostenibile in tutti i territori.

LA COSTITUZIONE, IL NOSTRO FARO.

I Costituenti, con l’affermazione del principio autonomistico, inserito nell’art. 5 tra i principi fondamentali della nostra Carta, hanno segnato una forte discontinuità con il modello autarchico che aveva caratterizzato fino ad allora l’esperienza dello Stato unitario.

La scelta costituzionale impegna invece la Repubblica a riconoscere le autonomie locali, quali parti vive della pluralità delle comunità che vivono sui territori, il cui governo autonomo vede come protagonisti i cittadini stessi, nell’esercizio della sovranità, e per essi gli enti che sono esponenziali della dimensione sociale e comunitaria.

Un’opzione pregna di significato, volta com’è a sottolineare il carattere originale, anche di fronte allo Stato, delle autonomie locali, quali comunità di persone, a cui garantire, attraverso gli enti che li rappresentano e i poteri ad essi riconosciuti, spazi propri di autogoverno.

Una Repubblica plurale, in cui le specificità dei territori non solo sono riconosciute, ma devono trovare l’impegno costante dei legislatori, statale e regionali, a che possano essere costantemente promosse e salvaguardate, attraverso un’autonomia chiamata ad inverarsi sempre più pienamente nella dimensione dell’unità e indivisibilità della Repubblica.

Unità e indivisibilità quali limiti alle possibili tendenze disgregatrici, fondate su una potenziale non corretta interpretazione delle esigenze di salvaguardia delle specificità territoriali di cui è ricco il nostro Paese e, al contempo, quali obiettivi da perseguire costantemente per rafforzare i caratteri propri della dimensione repubblicana, attraverso la collaborazione istituzionale e la solidarietà territoriale, così da rendere effettivo un maturo sistema repubblicano fondato sulla articolazione dei poteri territoriali, nel rispetto dei diritti costituzionalmente garantiti.

È in questa prospettiva che le Province hanno da sempre voluto interpretare – pur nelle alterne vicende che le hanno viste coinvolte – il proprio ruolo, quali enti rappresentativi di comunità sovracomunali a servizio dei territori.

È quanto riteniamo trovi decisa conferma e sviluppo nella riscrittura delle norme costituzionali del 2001, caratterizzata proprio da un rafforzamento ulteriore del principio di autonomia letto nel suo più ampio portato.

È in tal senso che, come Province, ci sentiamo a pieno titolo ricomprese tra le istituzioni costitutive della Repubblica, secondo quanto affermato dal nuovo art. 114 della Costituzione, riconosciuti quali enti autonomi garantiti, non certo a salvaguardia di posizioni o rendite istituzionali, quanto espressione di quella dimensione comunitaria che sostiene il riconoscimento, oltre che l’impegno alla promozione, delle autonomie locali.

Vogliamo contribuire fattivamente alla realizzazione del disegno autonomistico tratteggiato dai Padri Costituenti, perché gli interessi e i bisogni espressi nei territori possano trovare le risposte più adeguate nell’esercizio democratico dell’autonomia.

Ci sentiamo, per tali ragioni, parte attiva di un sistema uno e plurale, quale deve essere quello della Repubblica delle autonomie, chiamate ad interpretare propriamente il nostro ruolo di enti ‘intermedi’, capaci di rispondere alle istanze territoriali che altrimenti non troverebbero, o perché di dimensione comunale, ovvero regionale, la sede più adeguata al governo territoriale e la soddisfazione dei diritti dei cittadini.

D’altro canto, la rivendicazione di un rinnovato ruolo per le Province poggia non solo su una sottolineatura della garanzia di autonomia, formale e sostanziale, accordata dall’art. 114 della Costituzione alle Province, ma ancor più sulla convinzione che il disegno tracciato con la riforma costituzionale del 2001 risulterebbe quanto mai compromesso dal non riconoscere la dimensione propriamente locale della amministrazione, articolata su più livelli di governo.

L’art. 118 della Costituzione compie, in effetti, una scelta chiara e inequivoca, anche se ancora purtroppo largamente inattuata, in favore di una amministrazione che deve essere prevalentemente locale, dando così pieno sviluppo ai principi di autonomia e di sussidiarietà.

Un’amministrazione locale che non può esaurirsi nella dimensione comunale, pure chiamata a giocare un ruolo tendenzialmente generale, ma che deve trovare il proprio completamento a livello provinciale e metropolitano, al fine di garantire che il governo dei territori sia effettivo e pienamente rispondente alla scelta preferenziale della sussidiarietà.

Un sistema articolato ed armonico, in cui le diverse comunità locali possano sempre trovare, negli enti che le rappresentano, alle diverse dimensioni, gli attori di un reale governo autonomo.

Ancora molto resta da fare per raggiungere gli obiettivi fissati dal legislatore costituzionale, non solo per le Province, particolarmente soggette in questi ultimi anni ad un forte depotenziamento e, soprattutto, ad un radicale snaturamento rispetto alla dimensione comunitaria che pure avevano radicato nella loro secolare esperienza istituzionale, ma anche più in generale per una piena realizzazione di quella amministrazione locale centro di riferimento per i cittadini sui territori, che deve vedere Comuni, di piccole e grandi dimensioni, Province e Città metropolitane artefici dell’“autonomia locale”.

COSTRUIRE LE PROVINCE DEL FUTURO: UNA RIFORMA CHE TIENE INSIEME IL PAESE.

Nel 1957 uno dei più importanti docenti Diritto Amministrativo, Massimo Severo Giannini, riferendosi al nostro Paese, faceva osservare come “ciò che più sorprende l’osservatore che esamini con fredda analisi di scienziato è il vedere il modo assolutamente irrazionale con cui si ordinano i rapporti organizzativi tra i pubblici poteri”.

Una frase che racconta, purtroppo, perfettamente ciò che è accaduto alle Province in Italia.

La forma più appariscente di questa mancanza di chiari rapporti organizzativi tra pubblici poteri – scriveva Giannini – è costruita principalmente dall’assoluta empiricità della ripartizione delle funzioni”.

È ovvio che il primo problema, anzi il problema dei problemi che dovrebbe porsi il legislatore che intenda provvedere in maniera amministrativa – ammoniva il Professore – non può che essere quello del riordino delle funzioni. Esso è alla base della riforma degli ordinamenti comunali e provinciali”.

Ecco, questo monito non è stato colto da chi ha pensato di riformare le Province senza un chiaro disegno di redistribuzione delle funzioni. Il caos che è seguito all’entrata in vigore della legge 56/14 è dovuto in buona parte a questo.

Oggi, a sette anni dalla bocciatura referendaria della riforma costituzionale, le Province, istituzioni costitutive della Repubblica, sono ancora regolate da una legge di carattere dichiaratamente transitorio.

La legge 56/14, infatti, è stata approvata nella prospettiva di un superamento delle Province che non è mai avvenuto e, anche per questo, è fallita.

Ma l’indebolimento delle Province, svuotate nell’assetto istituzionale, nel ruolo e nelle competenze, nonché indebolite nei rapporti tra i diversi livelli di governo, ha causato incertezze e criticità nel governo dei territori che hanno inciso direttamente sui servizi essenziali.

Tra le immediate conseguenze dell’attuazione della legge vi è stato un progressivo accentramento delle funzioni amministrative nelle Regioni e a livello centrale, in contrasto con i principi costituzionali di autonomia e sussidiarietà e con un importante aumento dei costi legati alla sovrapposizione di strutture.

Tale è stato l’impatto negativo sui territori che, all’inizio del 2020, oltre 4.300 Sindaci hanno sottolineato, sottoscrivendo un ordine del giorno, l’urgenza di procedere al rafforzamento e alla valorizzazione delle Province per tutelare gli interessi dei Comuni. Il testo, con le firme dei sindaci e dei consiglieri comunali, è stato consegnato dall’UPI al Presidente della Repubblica, che ha voluto in quella occasione ricevere una nostra delegazione al Quirinale.

La consapevolezza della necessità di intervenire per risolvere queste criticità si è fatta ancor più evidente, fino a diventare urgente, quando, nel pieno della crisi pandemica, è emerso con chiarezza il ruolo strategico delle Province nella gestione ed attuazione sul territorio degli indirizzi di intervento nazionali e regionali, quale presidio dei servizi essenziali delle comunità.

Dopo diversi tentativi avanzati dai Governi che si sono succeduti, finalmente si è giunti ad un reale avvio dell’iter parlamentare di revisione delle norme ordinamentali sulle Province e, partendo dalle nove diverse proposte di legge presentate, il Comitato ristretto della Commissione affari costituzionali ha depositato un testo unificato su cui si è avviata la discussione.

Il testo, su cu esprimiamo un giudizio complessivamente positivo, interviene in maniera organica su funzioni fondamentali, organi e sistema elettorale delle Province per ricostruire un nuovo ordinamento di queste istituzioni e accoglie molte delle richieste prioritarie avanzate da UPI: dalle modifiche al sistema elettorale, al riallineamento delle scadenze degli organi; dall’introduzione di una Giunta, al consolidamento delle funzioni fondamentali e l’ampliamento delle stesse, grazie all’assegnazione alle Province di quattro funzioni strategiche di programmazione dello sviluppo territoriale fino ad ora previste solo per le Città metropolitane.

Tuttavia, nonostante la pressoché totale condivisione dichiarata da tutte le forze politiche sull’assoluta necessità di procedere alla revisione delle norme, la discussione in Parlamento appare essersi improvvisamente bloccata.

Di nuovo impigliata, o almeno così temiamo, in questioni che poco hanno a che fare con il necessario riassetto istituzionale del Paese.

Basterebbe dare seguito al monito della Corte dei conti, che nel suo parere rilasciato alla Commissione affari costituzionali del Senato ha sottolineato con chiarezza che, a seguito della legge 56/14, “a fronte di un risparmio di entità modesta … i rilevanti tagli delle risorse si sono riverberati negativamente sui servizi ai cittadini” e che “è avvertita l’esigenza di rivedere l’assetto del governo locale, consolidando le funzioni fondamentali delle Province”.  La Corte poi richiama all’urgenza di “superare rapidamente un regime transitorio, che ormai è in vigore da quasi dieci anni.

Per togliere dal dibattito il tema della democrazia alla stregua di un costo inutile, preme sottolineare che la Corte dei Conti, in questa memoria ai Senatori, evidenzia come i costi che si accompagnano al ripristino dell’elezione diretta rappresentano una componente di non particolare significatività, mentre attraverso l’elezione diretta si ottiene una maggiore legittimazione degli enti di area vasta che rafforza la loro posizione nell’ambito di un sistema multilivello.

Non solo, la magistratura contabile sostiene che, se si riorganizzasse la dimensione territoriale provinciale come presidio del governo dei servizi pubblici a rilevanza economica locale e si concentrassero nelle Province le “Stazioni Uniche Appaltanti”, la gestione dei concorsi e il monitoraggio dei contratti di servizio per tutti gli enti locali, si potrebbe determinare non solo una semplificazione amministrativa ma anche economie di spesa.

Che le Province servano al Paese lo dimostra anche l’esperienza dei mesi scorsi, in cui abbiamo dovuto affrontare il drammatico evento dell’alluvione in Romagna.

Le Province, lo dico con orgoglio, hanno avuto un ruolo decisivo. Abbiamo saputo rispondere con efficienza sia nel momento dell’emergenza, per difendere i nostri cittadini e i loro beni dalla furia dell’acqua che devastava tutto, sia nella sfida della ricostruzione.

Il personale delle nostre Province è stato eroico, e non è un eufemismo: grazie alla polizia provinciale sono state salvate vite umane.

Il vuoto creato dalla cancellazione, sbagliata, delle Province dalla catena della Protezione Civile si è mostrato in tutta la sua evidenza ed è stato superato nei fatti, perché il senso di responsabilità nei confronti delle comunità ci ha imposto di operare comunque in prima linea, anche in mancanza di un riconoscimento normativo. Una scelta che, tacitamente, è stata accolta da tutte le forze civili e militari impegnate sul campo, perché era evidente quanto questo livello istituzionale fosse necessario per supportare la gestione dell’emergenza.

Ma è soprattutto nella ricostruzione che le Province stanno segnando la differenza: a pochi mesi dal disastro, abbiamo ricostruito ponti, riaperto strade, restituito ai cittadini e alle imprese tratti di rete viaria che sono essenziali per assicurare collegamenti.

Lo abbiamo fatto in emergenza, anticipando fondi e autorizzando opere senza avere la certezza del ristoro.

Lo dovevamo ai nostri cittadini, a tutti quelli che non appena hanno visto scendere l’acqua, hanno iniziato a spazzare via il fango per ricominciare a vivere e a coloro che da tutta Italia ci hanno inviato aiuti per la ripresa.

Abbiamo svolto a pieno il nostro compito di istituzioni, come ci impone la Costituzione. Per questo abbiamo chiesto a gran voce, e continuiamo a farlo, lo stesso impegno alle altre istituzioni della Repubblica.

Sono queste le ragioni istituzionali e reali che ci auguriamo saranno attentamente tenute conto dal Parlamento per approvare quanto prima, come da noi richiesto, la riforma delle Province.

LA NUOVA PROVINCIA STRATEGICA PER SEMPLIFICARE LA PA NEI TERRITORI.

Costruire una “Provincia Nuova”, con funzioni chiare e un ruolo al supporto dei Comuni e degli altri enti del territorio, favorisce la semplificazione dell’amministrazione locale e ha un valore strategico nel percorso di innovazione della PA, che è una delle priorità che il Paese deve realizzare attraverso il PNRR.

Le Province, infatti, se potenziate negli uffici di progettazione, nelle stazioni uniche appaltanti, nelle strutture di supporto alla trasformazione digitale, negli Uffici Europa, possono contribuire a promuovere la crescita degli investimenti territoriali.

La normativa più recente ha valorizzato il ruolo delle Province a supporto dei Comuni e degli enti locali di piccole dimensioni, prevedendo la possibilità di realizzare la gestione associata dei concorsi a livello locale e di gestire la formazione e la contrattazione integrativa a livello territoriale.

Il nuovo codice dei contratti pubblici ha previsto che le stazioni appaltanti delle Province possano qualificarsi con riserva e, ad oggi, tutte le Province hanno proceduto a farlo. In questo modo le Province diventano un punto di riferimento per la gestione degli appalti dei piccoli e medi Comuni e contribuiscono a raggiungere l’obiettivo previsto nel PNRR della qualificazione e della riduzione del numero delle stazioni appaltanti.

A fronte di circa 40.000 Stazioni Appaltanti censite in Italia, ad oggi, grazie al nuovo Codice dei Contratti, le Stazioni Appaltanti qualificate sono circa 3.200.

Tutte le 86 Province italiane si sono qualificate e il 75% di esse si è dichiarata disponibile a gestire appalti per conto degli oltre 2.000 Comuni che, ad oggi, si sono convenzioni alle stazioni appaltanti provinciali.

Se guardiamo ai numeri, negli ultimi anni, le Province hanno raddoppiato la quantità di appalti gestiti: siamo passati da 3,9 miliardi del 2020 ad 8,4 miliardi nel 2021.

Nei primi 8 mesi del 2023 sono già state espletate gare per 7,4 miliardi, di cui 1/3 (circa 2,5 miliardi) per conto dei Comuni. Questa tendenza non è stata rallentata dall’entrata in vigore del nuovo codice degli appalti.  Infatti, tra luglio e agosto 2023 è stato registrato un aumento del 9% del numero di gare gestite.

Si tratta di un’innovazione assolutamente positiva, su cui il Governo deve investire.

LE PROVINCE E IL PNRR: IL NOSTRO IMPEGNO PER UNA ITALIA COESA E GIUSTA.

È proprio nella straordinaria sfida dell’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che ci vede tutti impegnati in prima linea, che questo ruolo emerge con chiarezza.

Alle Province, come obiettivo principale, spetta il compito di rendere sicuri, moderni ed ecologici gli oltre 5.100 edifici delle scuole superiori.

Una missione che riteniamo strategica per il Paese, perché si tratta di una grande opera di investimento a favore delle nuove generazioni.

Le scuole superiori sono infatti i luoghi in cui oltre 2 milioni e seicentomila ragazzi e ragazze si formano e costruiscono le basi su cui fonderanno non solo la loro vita personale ma anche quella di cittadini di una comunità.

Negli istituti tecnici delle Province crescono le leve che costruiranno lo sviluppo economico del Paese.

L’investimento sulla scuola è dunque indubbiamente uno dei fattori chiave su cui puntare per promuovere uno sviluppo inclusivo ed equilibrato, che miri a ridurre le differenze tra territori, che consenta, ovunque si viva, di avere accesso alle stesse opportunità nella qualità della conoscenza, che richiuda divari e frammentazioni che non sono solo tra Nord e Sud ma anche tra i centri maggiori e le aree interne, nelle isole, nelle montagne e chi vive nelle grandi città.

Quanto riusciremo a realizzare di questa missione sarà dunque uno dei risultati da misurare per giudicare cosa saremo stati capaci di lasciare all’Italia dopo il 2026 grazie al PNRR.

Con questa ambizione noi Province stiamo portando avanti oltre 1.500 progetti di edilizia scolastica, per un totale di 2,7 miliardi di euro.

Questi numeri raccontano una Provincia che – nonostante le leggi sbagliate, i tagli al personale, le risorse ridotte al minino – ha trovato un nuovo ruolo nel quadro istituzionale del Paese.

PERCHE’ RAFFORZARE IL PERSONALE DELLE PROVINCE È UTILE PER IL PAESE.

Per svolgere le loro funzioni di area vasta e quelle di supporto ai Comuni del territorio, le Province hanno bisogno di rafforzare la capacità amministrativa attraverso l’immissione di nuovo personale.

Con la legge 190/14, a seguito della trasformazione delle Province in “enti di secondo livello”, è stato avviato un riassetto organizzativo che ha portato alla riduzione delle loro dotazioni organiche in una misura pari o superiore al 50 per cento.

A fronte del taglio, è stato confermato il blocco delle assunzioni di personale nelle Province e si è compiuto un processo di mobilità verso altri enti, in prevalenza le Regioni.

Secondo i dati della Ragioneria Generale dello Stato il personale totale delle Province è passato da 49.788 dipendenti nel 2014 a 16.080 nel 2020 (- 33.708 unità), con una contrazione in termini percentuali del 67,7%.

I dirigenti si sono dimezzati: da 640 nel 2014 a 295 nel 2020 (-54%).

La spesa del personale tra il 2014 e il 2020 si è ridotta di circa 1 miliardo 371 milioni, con una contrazione del 67,1%.

Grazie alla nuova disciplina delle assunzioni varata nel 2022, per le Province si è aperta la possibilità di aumentare le assunzioni di nuovo personale, ma questo potrà avvenire solo se tutte le Province saranno nelle condizioni di sostenibilità finanziaria richieste dal quadro normativo.

Nella legge di bilancio 2024 occorrerà prevedere disposizioni che consentano effettivamente di ampliare gli spazi di assunzione per rafforzare la capacità amministrativa delle Province.

In questa prospettiva le Province potrebbero garantire una ripresa dalla spesa destinata al “capitale umano” e ai piani di assunzione (anche straordinari), per riorganizzare le strutture tecnico direzionali, progettuali, economico – finanziarie e di sviluppo dei sistemi informativi, fortemente compromesse dagli anni dei tagli alle risorse finanziarie delle Province.

Nel decreto-legge 124/23 in materia di politiche di coesione e di rilancio del Mezzogiorno il Governo ha mostrato un’attenzione particolare al rafforzamento della capacità amministrativa degli enti locali e, anche delle Province, con la previsione di assunzioni a tempo indeterminato che sono coperte all’inizio con i fondi di coesione e a regime (a partire dal 2030) con le risorse ordinarie.

Il percorso avviato può essere integrato nella prossima legge di bilancio attraverso la previsione di risorse statali mirate ad assumere 500 funzionari altamente specializzati per rafforzare le strutture tecniche e amministrative delle Province italiane, in modo tutti gli enti possano ricostruire le capacità amministrative necessarie per rispondere alla sfida di una buona attuazione del PNRR, assicurando il ricambio generazionale.

I BILANCI E L’AUTONOMIA FINANZIARIA CHE ANCORA MANCA

Non vi è piena autonomia se questa non può fondarsi su una reale autonomia finanziaria.

L’art. 119 della Costituzione testimonia anch’esso la perdurante mancata attuazione della riforma costituzionale del 2001, ma mantiene tutta la sua attualità, con il riconoscimento della fondamentale autonomia di scelta da riconoscere ai soggetti dell’autonomia territoriale nel determinare le entrate e impegnare le risorse da impiegare per il governo dei territori, nel quadro dei doveri di solidarietà che caratterizzano il nostro sistema repubblicano.

È solo così che si potrà finalmente affermare il necessario rapporto di responsabilità con i cittadini nel governo dei territori, oltre che assicurare le risorse necessarie per la soddisfazione dei diritti e degli interessi riconosciuti.

La difficile manovra economica per il 2024 sarà un passaggio strategico, perché dovrà contenere interventi e strumenti in grado di accompagnare e sostenere il percorso di revisione ordinamentale delle Province.  Occorre, infatti, valorizzarne il ruolo quali soggetti protagonisti nel rilancio degli investimenti pubblici, soprattutto in questa fase che vede gli enti locali in prima linea impegnati nella “messa a terra” degli interventi relativi al PNRR.

Occorre garantire alle Province le risorse di parte corrente indispensabili per l’esercizio delle funzioni fondamentali e necessarie a stabilizzare i bilanci.

Un lungo lavoro istruttorio operato dalla Commissione tecnica per i fabbisogni standard, ha fotografato la capacità fiscale, i fabbisogni standard ed il contributo alla finanza pubblica di ogni Provincia ed ha fatto emergere per il comparto delle Province uno scenario di squilibrio di 842 milioni di euro.

Ad oggi il legislatore ha messo a disposizione per le Province 58 milioni per il 2022, 73 milioni per il 2023 e 95 milioni per il 2024, fino ad arrivare al 2031 ad assegnare al comparto 438 milioni, coprendo quindi solo il 50% dello squilibrio.

Occorre assegnare alle Province dal 2024 i 438 milioni di parte corrente che sono previsti in quote annuali fino al 2031, per aiutare gli enti a raggiungere l’equilibrio di bilancio nell’immediato.

Occorre eliminare la spending review di 50 milioni annui per il triennio 2023/2025.

È necessaria la costituzione di un Fondo 2024/25 per Province in dissesto e riequilibrio.

C’è poi la necessità di dare piena attuazione alla legge n. 111 del 2023 di delega al Governo per la riforma fiscale.

Il testo prevede, infatti, all’articolo 14, che si assicuri a Comuni, Città metropolitane e Province “la  piena  attuazione  del  federalismo  fiscale, attraverso il potenziamento  dell’autonomia  finanziaria,  garantendo tributi propri, compartecipazioni a tributi erariali e meccanismi  di perequazione, in grado di assicurare l’integrale finanziamento  delle funzioni fondamentali attribuite, nonché di superare  le  differenze territoriali per gli enti locali con minore capacità fiscale, senza maggiori oneri a carico della finanza pubblica”.

Questi principi, per le Province, non possono che tradursi nell’individuazione di un tributo erariale cui si dovrà associare la compartecipazione delle Province attraverso la sostituzione di un’entrata provinciale.

Così come è necessario individuare uno specifico tributo proprio, dinamico nel gettito, uniforme nell’applicazione sul territorio nazionale e controllabile attraverso l’accesso alle relative banche dati.

Si dovrà prevedere, infine, un nuovo sistema perequativo, coerentemente con l’articolo 119 della Costituzione, attraverso un fondo alimentato da risorse aggiuntive provenienti dallo Stato senza specifico vincolo di destinazione.

UNA E INDIVISIBILE: L’ITALIA DELLE PROVINCE.

In conclusione, Signor Presidente, mi permetta di rivolgerLe i nostri più sentiti ringraziamenti.

La Sua presenza qui con noi, oggi, non è d’altronde che la testimonianza concreta di una Sua attenzione costante e piena nei confronti delle comunità che amministriamo, dell’Italia delle Province.

Un legame che Lei ha sempre sottolineato nelle tante occasioni in cui si è trovato a parlare al Paese, negli incontri ufficiali, nei momenti di commemorazione, nei suoi discorsi ai cittadini.

Con le sue parole in questi anni Lei ha guidato il Paese incoraggiandoci a guardare con orgoglio e coraggio al futuro, evidenziando il valore dell’unità di tutte le istituzioni: Governo, Parlamento, Regioni, Province e Comuni.

Un richiamo, Signor Presidente, alle istituzioni della Repubblica, quelle nazionali e quelle locali, all’unità, che abbiamo sempre sentito, alla responsabilità, all’impegno comune, per rendere più forte la nostra Patria per ristabilire un legame di fiducia con i cittadini.

Noi non possiamo che rinnovare i nostri sinceri ringraziamenti a Lei, Signor Presidente e ribadirle l’affetto e la stima nostra personale e delle Province che amministriamo.

Viva l’Italia delle Province!

RELAZIONE PRESIDENTE DE PASCALE ASSEMBLEA UPI 10 OTTOBRE 2023



Redattore: Barbara Perluigi
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